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DI TIZIANO DE COL
C’è un momento preciso, lassù sulla Moiazza, in cui la montagna smette di essere solo roccia e diventa racconto. Basta una spolverata di neve, non troppa, quella giusta. E soprattutto serve la luce: radente, obliqua, paziente. È allora che emergono le pieghe, le spigolature, le nervature della parete. Dettagli che, osservati di sfuggita o con il sole sbagliato, restano nascosti, facendo apparire piatta persino una montagna che piatta non è mai stata.
Il quasi inverno disegna senza coprire, suggerisce senza cancellare. La neve sottolinea, non domina. Accarezza le linee, mette ordine nel caos apparente della roccia e restituisce profondità a ciò che, da lontano, sembrava uniforme. È una questione di tempo e di sguardo: fermarsi, aspettare, scegliere l’istante.
E forse la Moiazza, così vestita, diventa una metafora potente del nostro vivere quotidiano. Troppo spesso osserviamo il mondo con luce frettolosa, consumiamo immagini, notizie, relazioni senza concederci il lusso dell’approfondimento. Ci accontentiamo della prima impressione, di una superficie liscia che rassicura ma non spiega.
Servirebbe più spesso la “luce giusta”: quella che nasce dall’ascolto, dalla riflessione, dal dubbio. E magari anche una leggera “spolverata” di approfondimento, capace di restituire complessità alle cose e alle persone. Perché, come la Moiazza, anche la realtà che abitiamo non è mai davvero piatta. Siamo noi, a volte, a guardarla troppo in fretta.








