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PRADEMEZ
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Gennaio si era presentato in modo severo agli uomini della valle, ghiacciando i prati le strade e le fontane. Tutto taceva al paese, l’acqua del Biois scorreva tranquilla fra le pietre ricoperte di gelida brina e in quei giorni freddi i camini fumavano dall’alba fino a sera inoltrata. In quel pomeriggio d’inizio anno ero sceso quasi di corsa da Pradesora. Avevo lasciato le silenziose case mentre l’ombra si prendeva i prati e il silenzio dell’inverno si faceva potente. Faceva molto freddo, il terreno era duro come il marmo e il fiato ghiacciava sui baffi mentre la penombra si posava sui prati di Prademez. Alle quindici, nella frazione che guarda il versante nord delle Pale di San Lucano, era già il tempo del precoce e lungo tramonto. Qualche finestra illuminata, le auto parcheggiate ricoperte di ghiaccio e l’ombra che tagliava di netto la parete del Pelsa. Era il suo inesorabile risalire lungo l’alta parete a scandire il tempo rallentato di quel freddo pomeriggio d’inizio gennaio. Prima di salire in macchina e fare ritorno a casa ho fatto un breve giro mentre la brina iniziava ad imbiancare la strada. Mi sono infilato nei due caratteristici portici, e poi mi sono fermato lì dove il sentiero inizia ad inoltrarsi nel bosco. Le mani erano ghiacciate ma il cuore era caldo e l’anima era felice di essere in quel luogo appartato e silenzioso.
Io non conosco la ragione del mio sentirmi in pace quando vengo qui. Ogni volta che questo luogo chiama io rispondo, e ogni volta che mi trovo a camminare fra queste case, provo un commovente calore di affetti. Anche durante quel freddo pomeriggio, nonostante il gelo che aveva ghiacciato l’acqua della fontana scolpita tanti anni fa dal bisnonno Gabriele. Ho chiuso gli occhi per qualche minuto mentre il giorno iniziava il suo lungo scemare, ed ho immaginato di essere tirato dentro qualche stua al caldo. Ho immaginato la luce fioca di un feral, una tazza di latte bollente e una banca de fornel. Ho immaginato di ascoltare le parole in dialetto de Zenzenighe e di vedere occhi uguali ai miei che mi guardavano con affetto sincero. Ho immaginato di tirare sera ascoltando storie vecchie di vita dura raccontate con serenità. Storie di prati e vacche e fieno, di campi di patate e del caselo, di pietre da squadrare a ponta e mazot. E poi di treni a vapore che viaggiavano verso la Francia, di soldi da spedire a casa e cantieri. Di partenze a metà marzo e di ritorni al tempo di portare i fiori nuovi al cimitero. Ho immaginato uomini magri con il cappello in testa e folti baffi neri, donne con lo scialle di lana sulle spalle e gli scarpet ai piedi. Ho immaginato bambini intenti a giocare sul fornel mentre fuori iniziavano ad accendersi le stelle.
Poi ho riaperto gli occhi e il Pelsa era ormai in ombra. Soltanto la cima era ancora accarezzata dalla luce del sole stanco d’inverno. Ho guardato ancora una volta le case e ho sentito che qualcuno qui mi vuole bene ed ha piacere di vedermi da queste parti. Chissà, forse sarà per questo mio tentare di raccontare un passato altrimenti destinato all’oblio, forse sarà per questa ostinazione nel voler tenere vive memorie ormai lontane.
Io non conosco il motivo del mio sentirmi bene quando vengo qui, io so soltanto che quando vado via sento una leggerezza nuova nell’anima. Poi ho riattraversato i due portici, accarezzato la fontana gelata e pochi minuti più tardi ero a casa. Le braci roventi del fuoco mi stavano aspettando: era tempo di caricare la stufa e di ascoltare i quattro rintocchi della campana che raccontavano l’inizio di una gelida sera d’inizio gennaio.
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