L’Italia soffre di un paradosso strutturale: a fronte di norme uguali su tutto il territorio, la Pubblica Amministrazione applica tempi amministrativi e giudiziari molto diversi da città a città. Questa inefficienza burocratica agisce come un’imposta occulta, frena gli investimenti, rappresenta un nemico invisibile, scoraggia l’iniziativa privata e accentua le disuguaglianze tra i territori. In Veneto, fortunatamente, la situazione è molto migliore rispetto al resto del Paese; tuttavia, i costi diretti e indiretti che le imprese venete subiscono a causa del cattivo funzionamento della macchina pubblica non sono affatto trascurabili. L’Ufficio studi della CGIA li ha stimati in circa 10 miliardi di euro all’anno.
Partiamo dall’edilizia, cartina di tornasole della nostra principale inefficienza amministrativa. In Italia servono in media oltre sei mesi e mezzo – ben 198 giorni – per ottenere una concessione edilizia per costruire un capannone commerciale. A Padova, stime di esperti, segnalano che sono necessari 180 giorni (6 mesi). Un tempo di attesa importante, ma molto inferiore a quello riscontrato, ad esempio, a Milano e Napoli dove sono richiesti ben 220 giorni o Torino che ne richiede 210 (vedi Tab. 1/Graf. 1) . Insomma, in contesti dove la domanda di spazi produttivi è elevata e la pressione sugli uffici è massima, la lentezza delle procedure finisce per trasformarsi in un vero collo di bottiglia allo sviluppo.
La situazione rimane difficile anche quando osserviamo la performance della giustizia civile, in particolare per quanto riguarda le procedure di insolvenza. Qui il dato nazionale parla di una durata media di 36 mesi, ovvero 1.095 giorni, per arrivare alla liquidazione di un’impresa insolvente. A Padova i mesi necessari scendono a 24 (2 anni) (vedi Tab. 2/Graf. 2). Tempi oggettivamente incompatibili con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole.
Il quadro non migliora se si guarda alla risoluzione delle controversie commerciali. In Italia servono in media 600 giorni, circa 20 mesi, per chiudere una disputa tra imprese. A Padova i giorni sono solo, si fa per dire, 540. Ma a Roma i tempi esplodono fino a 1.400 giorni, quasi quattro anni, mentre a Bari e a Reggio Calabria si attestano per entrambe a 1.180 giorni, oltre tre anni (vedi Tab. 3/Graf. 3). Ritardi che incidono direttamente sui costi operativi delle aziende, aumentano il rischio d’impresa
e spingono molte realtà a rinunciare a far valere i propri diritti. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.
Una qualità della burocrazia molto bassa
Spesso, nel dibattito sulla competitività delle imprese, l’attenzione si concentra tradizionalmente su fisco, costo del lavoro e accesso al credito. Molto meno considerata, ma altrettanto decisiva, è la qualità della burocrazia. Il problema non è l’esistenza di regole — inevitabili in economie complesse — bensì il loro cattivo funzionamento. Una burocrazia inefficiente opera come un vincolo strutturale alla crescita, incidendo sui costi, sulle decisioni e sugli incentivi delle imprese.
Il primo effetto è l’aumento degli oneri amministrativi. Procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e difficilmente prevedibili, che non possono essere pianificati ex ante come un’imposta. Questo spinge le imprese a destinare risorse ad attività difensive, sottraendole all’innovazione, alla crescita e allo sviluppo.
Un secondo canale riguarda la cattiva allocazione del tempo e del capitale umano. La gestione della complessità burocratica assorbe energie manageriali che potrebbero essere impiegate nello sviluppo dei mercati, nella formazione e nella crescita dimensionale.
L’impatto della cattiva burocrazia è inoltre asimmetrico. Le grandi imprese possono diluire i costi fissi della complessità grazie alle economie di scala, mentre le piccole e medie imprese ne sopportano un peso sproporzionato.
Penalizzati anche gli Enti pubblici
La cattiva burocrazia non danneggia solo le imprese, ma colpisce anche gli stessi enti pubblici. Essa non è riconducibile a carenze individuali dei funzionari, bensì a fattori strutturali: complessità normativa, frammentazione istituzionale, incentivi distorti e assetti di governance inadeguati. L’accumulo di norme incoerenti induce comportamenti difensivi,
moltiplicazione dei controlli e allungamento delle catene decisionali, senza migliorare la qualità delle scelte. La frammentazione delle competenze rende opaca l’attribuzione delle responsabilità e incentiva l’autotutela organizzativa. A ciò si aggiunge una cultura amministrativa in cui il principio di legalità degenera in formalismo: la correttezza procedurale prevale sistematicamente sui risultati, l’innovazione è percepita come rischio e l’errore come costo personale elevato. Sistemi di valutazione deboli, scarsa responsabilizzazione e una digitalizzazione non accompagnata dalla reingegnerizzazione dei processi finiscono per cristallizzare le inefficienze.
Nota metodologica
L’analisi si basa sui dati di Banca Mondiale Business (B-READY), l’evoluzione del precedente programma Doing Business, progettato per valutare il contesto normativo, istituzionale e operativo in cui operano le imprese lungo il loro ciclo di vita. Il framework B-READY utilizza indicatori standardizzati per individuare le principali difficoltà affrontate dalle imprese e consentire confronti tra Paesi e, ove disponibile, a livello subnazionale. I dati sono raccolti attraverso consultazioni con esperti e indagini presso le imprese, garantendo una combinazione di informazioni normative e di evidenze basate sull’esperienza pratica. La copertura del progetto è in rapida espansione, passando da 50 economie nel 2024 a 101 nel 2025, con l’obiettivo di includere oltre 160 economie nel 2026. Parallelamente all’ampliamento della copertura, la metodologia e i processi di raccolta dei dati vengono continuamente migliorati, rafforzando la qualità delle evidenze e l’utilità analitica dei risultati.






