**********
DOMENICA DI NEVE
AUDIO
Alle prime luci dell’alba di quell’ultima domenica di gennaio, una luce piatta e grigia entrava dalla finestra che guarda lo Spiz de Medodì. Mi ero svegliato lentamente, con la gola arsa e la classica voce screpolata del dopo partita di hockey. La sera precedente, nonostante il tifo indiavolato, l’Alleghe aveva perso per un solo goal di scarto e ad aspettarmi all’uscita dello stadio c’era una fredda pioggia d’inverno che metteva malinconia. Una sera un po’ sbagliata, con una nebbia di quasi novembre che entrava nelle ossa e nell’anima. Durante quella lunga notte d’inverno qualcosa era cambiato. Nel dormiveglia che aveva preceduto la nascita del giorno non avevo più sentito il monotono gocciolare della pioggia che picchiettava sul tetto di lamiera. Avevo udito, invece, il fragore cupo e lontano del versor che saliva lentamente lungo la provinciale. Con lo sguardo ancora assonnato avevo cercato aldilà del vetro i rami del vecchio ciliegio. Un dito di neve era poggiato su quei rami ormai stanchi sui quali, alla metà di aprile, fioriscono fiori sempre più affaticati. C’era un gran silenzio, il silenzio della neve. Mi ero alzato ed ero andato incontro a quella luce grigia e stanca che entrava dalla finestra. Aldilà del vetro una nevicata potente e nuvole basse che coprivano l’orizzonte. Uscì un rauco Che bel e subito mi era venuta in mente l’epica nevicata dell’ultimo dell’anno del 1996, che avevo seguito da quella stessa finestra. Mi ero stupito del mio stupore. Nonostante gli anni, lo scendere della neve regalava ancora una gioia d’animo semplice e bella. Occorreva godersela appieno quella neve che scendeva copiosa. Era domenica e non c’era alcuna fretta di fare qualcosa. Per qualche ora avrei vissuto quella forte nevicata con lo spirito dei vecchi che qui avevano vissuto decine di inverni. Loro non avevano mai fretta. Osservavano le nevicate in silenzio e ogni tanto uscivano a spalare, e poi ritornavano al caldo del fornel. Sapevano vivere la lentezza della neve. La loro vita d’inverno non imponeva la fretta. Non dovevano recarsi in un ufficio o in una fabbrica, non avevano un’auto da dover guidare. Non dovevano nemmeno andare al centro commerciale a fare compere. Loro, d’inverno erano praticamente autonomi, uscivano raramente dalla frazione e solamente per acquistare pochi prodotti indispensabili. Poi, se la neve avesse provocato qualche blackout elettrico, nessun problema. Fosse mancata la luce, la televisione, la radio, pazienza. Loro sapevano vivere i profondi e freddi silenzi dell’inverno senza alcun tipo di ansia. Durante il giorno ero uscito tre volte a spalare, una fatica piacevole vissuta sotto una nevicata a tratti davvero intensa. Mi ero lasciato accarezzare da quella neve che non vedevo da tempo, avevo ascoltato il suo frusciare leggero e poi, all’ora del tramonto, avevo visto scendere gli ultimi fiocchi e il cielo aprirsi in squarci di azzurro. Calato il buio sulla valle avevo vissuto il silenzio forte delle sere di vero inverno. C’era la neve nuova e il freddo che iniziava a farsi sentire. Scricchiolare di ghiaccio e sensazioni di già vissuto. Era quella l’ora in cui, un tempo, si partiva per fare rientro in città. Allora non c’erano i lampioni, era la luce della pila di ferro di papà a far scintillare la neve. Facevamo scorta di bistecche prese dal congelatore, salutavamo i nonni e il calore potente del fornel, e poi sarebbe stata ancora un’altra volta Strada Madre.
********







