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POMERIGGIO DI FEBBRAIO
AUDIO
Appoggiato alla ringhiera del terrazzo guardo la valle. Mi lascio accarezzare dai raggi del sole assaporando il dolce tepore di questo pomeriggio di fine febbraio. Osservo la neve nuova che ha caricato le cime e imbiancato i paesi, ridando vigore ad un inverno che sembrava destinato a lasciarsi morire in anticipo. È mese strano, febbraio. Nasce nel pieno dell’inverno e termina nella quasi primavera. Neve e sole, giornate che si allungano e talvolta subbuglio di nuvole. Vivo la quiete di questa domenica di sole che fa gocciolare la neve presente sui tetti, ascolto il brusio che sale dalla Strada Regionale che scorre a fondovalle, appena sopra il Cordevole. È traffico di sciatori che fra poco più di un paio d’ore diventerà colonna che procederà a passo d’uomo in direzione sud. Da tanti anni è così, il traffico di rientro è diventato una sorta di tradizione montana che si ripete ogni domenica pomeriggio. Chissà com’era l’inverno da queste parti quando non c’era il turismo dello sci, mi chiedo. Sicuramente ci sarà stato il silenzio assoluto della neve e l’inverno vissuto ad una velocità diversa, certamente più lenta. A quei tempi la vita da queste parti era differente. L’inverno era il tempo del vivere lento, delle famiglie riunite intorno al larin, del riposo degli uomini e della natura. Chissà oggi come sarebbe la vita nella valle senza il turismo invernale. Senza questo brusio di traffico, senza le centinaia di auto parcheggiate alla partenza degli impianti. Sarebbe dignitosa povertà come un tempo? Magari per molti sarebbe attendere la metà di marzo per emigrare chissà dove a lavorare? Oppure ci sarebbero altre opportunità per creare una economia invernale simile a quella attuale dello sci. Ho tante domande, ma non ho risposte. Ho solamente i ricordi inerenti al vivere di un tempo distante quarant’anni, vissuto qui, in questa frazione a mezza costa situata a metà strada fra Cencenighe e Celat di San Tomaso. Ricordi di prati ampi e delle paline di legno della corrente, di camini che fumavano dall’alba fino a sera inoltrata. Memorie di anziani che governavano le vacche, che spalavano la neve e che andavano a letto alle sette della sera. Ricordi di cataste di legna e candelotti di ghiaccio appesi agli sporti dei tetti. Poi quegli anziani, uno dopo l’altro hanno lasciato per sempre questa terra di montagna, e tutto ha iniziato a cambiare. La montagna stessa, dal margine dei boschi in giù, è cambiata, non più plasmata dall’attività quotidiana praticata da questa gente che viveva vite appartate e faticose. Andati loro è rimasto il silenzio e il bosco, anno dopo anno, si è avvicinato a quelle case dagli scuri chiusi e dai camini freddi. Chissà quale sarà il futuro di queste frazioni e di questi paesi. Qualcuno è rimasto a vivere qui, ed il vociare di bambini che giocano con la neve di febbraio regala un po’ di speranza per il futuro di questa montagna affascinante e complicata da vivere. Alcune case sono vive e vissute, altre invece sono chiuse e gli scuri sono aperti solamente per qualche settimana durante la stagione estiva. L’inverno è difficile da queste parti, forse è stagione per pochi amanti del freddo e del silenzio della neve. Chissà se un domani, questi bambini che ora stanno giocando sotto il sole di febbraio, vivranno ancora qui di fronte al Pelsa. Il mondo offre mille opportunità e la montagna, forse, è solo per anime solitarie amanti della quiete e dei silenzi. Tanti anni fa qui c’erano quasi il doppio di abitanti, fra vent’anni chissà come sarà. Se ci sarà ancora l’Ufficio Postale, l’asilo e se si parlerà ancora il dialetto di questo paese. Ho tante domande, ma non ho risposte. So soltanto che, a sera fatta, anch’io lascerò la valle, e quando tornerò sarà tempo di quasi primavera.
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