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Per anni si è parlato della necessità di unire le forze per promuovere questa provincia dolomitica. Un’idea semplice: lavorare insieme, dal Comelico ad Arabba, da Pedavena al Passo San Pellegrino, da Cortina alla Valle di San Lucano, dove sopra Taibon domina l’Agner. Un sistema territoriale vero, capace di parlare con una sola voce. Esattamente come accade da sempre in Alto Adige. Nel frattempo, però, il turismo locale è andato avanti grazie soprattutto a chi lavora sul territorio. Associazioni, volontari, operatori che con poche risorse hanno costruito siti promozionali, organizzato eventi, tenuto viva l’offerta turistica. Spesso senza compensi, senza rimborsi spese, senza riflettori. Ma con risultati concreti. I numeri delle presenze lo dimostrano. Poi è arrivata la DMO.
Un acronimo inglese che sembra già raccontare molto. “DMO… e cosa vuol dire?” potrebbe chiedere Maria dalla frazione Rif di Agordo. Domanda più che legittima. Perché se un progetto che dovrebbe riguardare un intero territorio parte con una sigla incomprensibile alla maggior parte delle persone, forse c’è già un problema di fondo. Sarebbero bastate tre parole chiare, magari in ladino o in italiano. Invece no: l’ennesima etichetta internazionale, perfetta per slide e convegni, molto meno per spiegare ai cittadini cosa sta realmente succedendo. Nel frattempo la DMO è entrata spesso nelle cronache locali. Non tanto per risultati concreti, quanto per polemiche, contrapposizioni e discussioni interne.
Ed è qui che nasce la domanda vera. Che cosa resterà all’Agordino della DMO dopo le Olimpiadi? Non tra vent’anni. Dopo. Le. Olimpiadi. E ancora:
che cosa sta facendo oggi la DMO per il territorio oltre Cortina d’Ampezzo? Perché, al momento, la percezione diffusa è che Cortina sia il centro del progetto e tutto il resto la cornice. Una cornice utile quando serve riempire una brochure, molto meno quando si tratta di investimenti, strategie e visione. Eppure parliamo di risorse pubbliche importanti. Soldi utilizzati per stipendi, dirigenti, funzionari, partecipazioni a eventi, attività di rappresentanza, campagne promozionali, pagine sui giornali e spot televisivi. Nazionali e locali. Non tutte le televisioni, naturalmente. Alcune. Scelte secondo criteri che, prima o poi, sarebbe interessante conoscere.
Nel frattempo chi vive davvero di turismo continua a lavorare senza slogan e senza marketing territoriale da manuale universitario. Per molti non è una voce nel curriculum o un incarico temporaneo. È la propria vita. E allora una riflessione seria dovrebbero farla anche gli amministratori locali, da La Valle Agordina a Gosaldo. Perché qui non si sta discutendo di un acronimo o di un progetto di comunicazione. Qui si sta parlando del futuro economico di una valle. Le grandi industrie non sono eterne. Prima o poi cambiano, ridimensionano o se ne vanno. Il turismo invece potrebbe essere davvero il futuro di questa provincia — come già accade nelle aree confinanti — se fosse costruito con visione, competenza e conoscenza reale del territorio. Non con comunicati stampa copia-incolla. E quindi la domanda finale, forse la più semplice e la più scomoda: chi governa la DMO conosce davvero questi territori? Perché se l’Agordino diventa solo un nome su una mappa promozionale, allora non stiamo costruendo il futuro. Stiamo solo finanziando l’ennesima operazione di immagine, degli altri.
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