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continuazione di … ODIO LA RADIO il libro di mirko mezzacasa 2013
Era il 25 marzo del 1987 quando nasceva il “terzo” studio di RADIOPIÙ. Non una scelta comoda, ma una necessità. Dopo lo sfratto dall’ex Municipio di Piazza San Rocco, arrivato a un solo anno dalla nascita della radio, la sopravvivenza stessa dell’emittente era appesa a un filo. Per più di un anno si andò avanti in condizioni precarie, tra le mura della casa del Mario dell’edicola: un ambiente freddo, improvvisato, quasi una cantina, con spifferi d’aria e vetri sottili. Ma era anche lo spirito delle radio libere degli anni Ottanta: passione più forte di tutto. Poi arrivò la svolta. Adone e Bruna, insieme alle sorelle, aprirono le porte della loro-nostra casa. Non fu solo ospitalità: fu un gesto che salvò la radio. Evitò la chiusura, evitò che RADIOPIÙ finisse nelle mani di chi, in quegli anni, comprava emittenti locali per svuotarle e rivenderne le frequenze ai grandi network. Qualcuno, noto politicante democristiano che non abbiamo mai dimenticato… ci provò anche qui. Ma trovò una risposta secca: “RADIOPIÙ non è in vendita. E non lo sarà mai” sentenziò il Presidente e Fondatore Renzo Gavaz, intanto Radio Alleghe (venduta a rete 105) Radio Longarone (venduta a Radio Maria), Radio Feltre, Radio Feltre Stereo, Radio Esse di Sedico (venduta a Nbc Rete Regione di Bolzano, anche Sedico che non ha saputo preservare la sua Radio) sparivano dalla mappa delle Radio Private. Più tardi di nuovo sul mercato Rete 5 di Lamon, Radio Valbelluna ora di proprietà dei padovani (di bellunese ha tenuto solo il nome)
Quella radio non era solo un luogo di lavoro. Era una famiglia. Chi c’era lo ricorda bene: fare il deejay non significava solo mettere musica, ma vivere dentro una comunità. La ricompensa? Una pizza. Ma il vero guadagno era l’affetto della gente. Le telefonate erano vita vera. C’era chi dichiarava un amore, chi cercava di ricucire una storia con una canzone di Claudio Baglioni, chi segnalava problemi del paese, chi semplicemente voleva sentirsi meno solo. E poi le dediche anonime… che tanto anonime non erano mai. La radio era aperta, viva. Al mattino arrivava il caffè portato dalle signore. Il panificio offriva pizze, ringraziate in diretta con quella che oggi chiameremmo pubblicità, ma che allora era solo riconoscenza. Le nonnine portavano dolci, pasta fatta in casa. Piccoli gesti, grandi legami. Era un mondo semplice. Un mondo in cui la radio privata era l’unico vero “social”. Non virtuale, ma reale. Un luogo dove si condividevano emozioni, pensieri, amori e solitudini. Dove le relazioni erano autentiche, dirette, profondamente umane. Oggi tutto è cambiato. Ma quella radio — fatta di voci, di mani tese, di porte aperte — resta una lezione. Perché prima delle frequenze, prima della tecnologia, prima di tutto… c’erano le persone.
M.M.
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