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BELLUNO La tragica morte di Dowh Mukhtar non è una tragica fatalità da archiviare in poche righe. È una ferita aperta che chiama in causa responsabilità precise. È l’ennesima vita spezzata dentro quella zona grigia che troppo spesso viene ignorata: quella degli infortuni “in itinere” legati al lavoro povero, precario, invisibile. Dowh Mukhtar non stava tornando da una scelta personale, ma da un turno di lavoro. Un lavoro notturno, faticoso, sottopagato, che regge silenziosamente pezzi interi della nostra economia. Un lavoro che altera il corpo, consuma energie, espone a rischi evidenti. Parlare di “colpo di sonno” significa spostare la responsabilità su chi quella fatica la subisce, invece che su chi la produce e la organizza. Non possiamo accettare che la sicurezza finisca alla porta del luogo di lavoro. Chi lavora di notte ha diritto a tornare a casa in condizioni sicure. Strade buie, illuminazione insufficiente, trasporti inadeguati non sono dettagli: sono fattori che uccidono. Quando si risparmia sulla luce, sulla mobilità, sulla sicurezza urbana, si risparmia sulla vita delle persone. E c’è un’altra verità che non può essere taciuta: a morire sono troppo spesso lavoratori migranti. Uomini e donne che tengono insieme le nostre città nei lavori più duri e meno riconosciuti. Persone che vivono lontano dalle loro famiglie, che sopportano turni pesanti e condizioni difficili per garantire un futuro migliore ai propri figli, ai propri cari. La loro vulnerabilità non è un caso: è il risultato di un sistema che li concentra nei segmenti più esposti e meno tutelati del lavoro.
Dowh Mukhtar non è solo una vittima. È il simbolo di un modello che scarica i costi della produttività sui corpi di chi ha meno voce. Per questo diciamo con forza: basta. Servono interventi immediati e concreti: turni di lavoro sostenibili e riposi realmente tutelati pieno riconoscimento e prevenzione degli infortuni in itinere investimenti seri in sicurezza urbana, illuminazione e trasporti notturni diritti, tutele e rappresentanza reale per i lavoratori migranti Ogni volta che una vita come quella di Dowh Mukhtar si spezza, non muore solo un lavoratore: viene tradito il valore stesso del lavoro. Chi parte da lontano per costruire un futuro migliore non può trovare la morte lungo la strada di ritorno. Non è destino. È una responsabilità collettiva. E non può più essere ignorata. (FOTO: Corriere Del Veneto)
LA NOTA DELLA FILCAMS CIGL E FISASCAT CISL
FILCAMS CGIL Belluno e FISASCAT CISL Belluno Treviso esprimono cordoglio per la morte del lavoratore sudanese Mukhtar Dowh, deceduto mentre rientrava a casa dopo il turno notturno come scaffalista in un supermercato in appalto. Le sigle sindacali parlano di probabile infortunio in itinere e denunciano condizioni di lavoro precarie nel settore esternalizzato, caratterizzato da appalti frequenti, salari influenzati dai contratti applicati e scarsa tutela su straordinari, riposi e sicurezza. Evidenziano la condizione dei lavoratori migranti invisibili, spesso costretti a spostarsi di notte con biciclette o monopattini su strade insicure e senza adeguati mezzi. Chiedono maggiore integrazione, controlli e responsabilità istituzionale, ricordando che il lavoro include anche i percorsi di andata e ritorno. Annunciato un presidio unitario il 17 aprile 2026 al Supermercato Mega.
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