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DI ALESSIA DALL’O’
SAN GREGORIO NELLE ALPI A San Gregorio nelle Alpi, il 30 aprile si abbasserà una serranda che pesa più di quanto possa sembrare. Non è solo la chiusura di un negozio di alimentari: è la fine di una storia familiare lunga quasi settant’anni e, insieme, l’ennesimo segnale di un modello di vita che in montagna sta lentamente arretrando. La bottega di Ketty Dal Piva nasce tra il 1958 e il 1959, quando Giovanni Dal Piva e Ida Da Col aprono un panificio di paese. Erano anni in cui il negozio non era solo commercio, ma infrastruttura sociale: il pane, sì, ma anche le chiacchiere, le informazioni, la prossimità dell’”andar fin do in botega” a prendere quello che strettamente serviva. Nel 1988 arriva il passaggio al figlio Mario Dal Piva, che con Norma Ronin, trasformano l’attività in un negozio di alimentari. È un adattamento necessario: i tempi corrono e come tanti altri commercianti nei piccoli paesi, per resistere ai cambiamenti del mercato, fanno investimenti. Sono anche gli anni giusti: questa scelta dà infatti nuova spinta e linfa all’attività, che si amplia. Nel 1989 che arriva anche la figlia di Giovanni, Ketty, che dopo la terza media intraprende subitissimo l’avvio in azienda di famiglia e diventerà poi ufficialmente proprietaria otto anni fa, quando i genitori vanno in pensione. Una vita intera dentro un negozio. E non è un modo di dire. Perché in montagna un’attività così non è mai solo lavoro: è presenza quotidiana, è relazione, è un punto fermo per una comunità che nel tempo si è fatta più fragile. Entrare in quel negozio significa percepire subito qualcosa che altrove si è quasi perso. Profuma di pulito. Tutto è in ordine rigoroso: dagli scaffali, dove la merce è disposta con una precisione quasi millimetrica, fino al bancone. Lo spazio tra un prodotto e l’altro è ampio, essenziale, quasi disarmante per chi è abituato ad altro. Perché nella fretta quotidiana, tutti – bene o male – siamo passati per un supermercato o un superstore. Ambienti pieni, sovraccarichi, dove tutto è disponibile ma niente è davvero “vicino”. Eppure, lì dentro, si compra tutto. Qui da Ketty, invece, si respira un’altra cosa: cura. Non è solo ordine, ma è “tempo dedicato con amore” Ketty ha provato a tenere insieme tutto questo anche quando il contesto è diventato più difficile. Con la concorrenza della grande distribuzione, la risposta è stata quella di chi in montagna ci vive davvero: prodotti locali, disponibilità personale, e anche scelte innovative come i detersivi sfusi, con un’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità. Ma la realtà economica, alla fine, ha avuto la meglio. «È stata una scelta sofferta, ma inevitabile», racconta. E dentro quella frase c’è tutto: attaccamento, fatica, e anche ad un certo punto, la consapevolezza che c’è una soglia oltre la quale non si può andare. Ed è qui che la vicenda personale diventa anche una questione di comunità. Perché quando chiude un negozio in un paese come San Gregorio nelle Alpi, non è la stessa cosa che chiuda a Feltre o in un centro urbano. In montagna, la perdita di un servizio significa chilometri in più, isolamento in più, difficoltà in più. Significa, spesso, colpire indirettamente proprio chi ha meno alternative: la popolazione anziana. I numeri aiutano a capire il contesto. Secondo un’analisi di Confcommercio su 122 Comuni italiani, Belluno si colloca al terzo posto assoluto per calo delle attività commerciali tradizionali dal 2012 a oggi, con un -35,8%. È la peggiore provincia del Nord Italia. Un macro dato che non descrive solo un cambiamento economico, ma una trasformazione profonda del tessuto sociale. Dentro questa tendenza, la storia di Ketty Dal Piva non è un’eccezione isolata. È un frammento di un processo più ampio: la progressiva rarefazione dei servizi nei territori montani, dove ogni chiusura pesa il doppio. C’è, certo, una parte di responsabilità anche nei comportamenti dei cittadini. Le scelte quotidiane contano: dove si compra, come si sostiene il commercio locale, quale idea di comunità si alimenta con le proprie abitudini. Ma ridurre tutto a questo sarebbe semplicistico. Perché la domanda vera è un’altra: che ruolo vogliamo riconoscere alla montagna?
Se la montagna è solo luogo di turismo o scenario da cartolina, allora la scomparsa dei servizi è un effetto collaterale inevitabile. Se invece la montagna è territorio abitato, fatto di persone, famiglie e vita quotidiana, allora un negozio non può essere considerato solo un’attività economica, ma un presidio da sostenere. In questo senso, la bottega di Ketty è stata molto più di un esercizio commerciale. Lei stessa lo racconta con parole semplici: «Un luogo di ascolto e di fiducia. Questi ultimi sono giorni strani, in cui mi commuovo io e si commuovono loro», dice Ketty, mentre le persone passano a salutarla. L’amaro c’è, ma anche l’immagine più vera: quella di una comunità che si accorge di quanto quel negozietto non fosse solo un negozio. Resta una domanda aperta, che riguarda tutti: se continuiamo a perdere pezzi così, uno alla volta, cosa rimarrà dei nostri paesi di montagna?
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