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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Vorrei condividere alcune riflessioni riguardo alla proposta di legge sulla fusione dei comuni con popolazione inferiore ai 3.000 abitanti, recentemente ripresentata in Parlamento. Sono da sempre favorevole alla fusione dei piccoli comuni, poiché ritengo che possa rappresentare un’importante opportunità in termini di efficienza amministrativa, riduzione dei costi e miglioramento dei servizi per i cittadini. Ricordo il referendum del 17 dicembre 2017 relativo alla fusione dei comuni della Valle del Biois. In quell’occasione il risultato fu negativo: a Falcade prevalsero i “No” con 495 voti contro 455 “Sì”, mentre a Canale d’Agordo vinsero ancora i “No” con 433 voti contro 225 “Sì”. A mio avviso si trattò di un’occasione mancata, poiché una eventuale unione avrebbe potuto garantire maggiori risorse, anche grazie agli incentivi statali e regionali previsti per queste operazioni. Purtroppo, in Italia si guarda spesso con diffidenza alle riforme strutturali. Basti pensare al referendum sul nucleare del 1987, successivamente confermato nel 2011, una scelta che ancora oggi comporta importanti conseguenze economiche per il nostro Paese. Allo stesso modo, anche il recente referendum sulla giustizia ha visto bocciare una riforma che molti ritenevano significativa. Secondo i dati disponibili al 31 dicembre 2021, le unioni di comuni in Italia risultavano essere 433, coinvolgendo 2.797 comuni e circa 10 milioni di abitanti. Numeri che dimostrano come la collaborazione tra enti locali sia già una realtà consolidata in molte aree del Paese. Per quanto riguarda questa nuova proposta di riforma, auspico che il Parlamento possa affrontarla senza penalizzare quanto già previsto in precedenza e con una visione orientata al futuro e alla sostenibilità amministrativa dei piccoli territori.
Rodolfo Pellegrinon
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