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IERI
il nostro quotidiano raccontava la Val di Fiemme e il suo modello olimpico: navette gratuite verso le sedi di gara, spostamenti senza costi, parcheggi sufficienti, nessuna zona rossa, nessun pass speciale, niente barriere né privilegi. Un’organizzazione pensata per i residenti prima ancora che per gli eventi, con un’idea semplice e potente: le Olimpiadi come festa popolare, accessibile, diffusa, senza recinzioni sociali. Un clima di normalità straordinaria, dove lo sport convive con la vita quotidiana senza schiacciarla. OGGI, invece, il confronto diventa inevitabile. Perché mentre in Val di Fiemme si costruisce un’Olimpiade che apre, altrove prende forma un modello opposto: fatto di chiusure annunciate, richieste di deroghe, ipotesi di scuole chiuse, cantieri in ritardo e decisioni calate dall’alto. Dove il territorio non viene accompagnato, ma sopportato. Dove l’evento rischia di diventare un problema da gestire, non un’opportunità da condividere. La domanda, a questo punto, è politica prima ancora che organizzativa: perché da una parte tutto sembra funzionare senza traumi e dall’altra ogni passaggio diventa emergenza? Perché c’è chi investe su servizi, dialogo e accessibilità e chi invece moltiplica vincoli, timori e comunicazioni tardive? Le Olimpiadi non sono solo impianti e medaglie, ma un banco di prova sulla capacità di rispettare i territori e le persone che li abitano. Ieri abbiamo visto che si può fare. Oggi scopriamo che non ovunque si vuole davvero far
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IERI ALLA RADIO
CHI SA GOVERNARE, GOVERNA. GLI ALTRI AUMENTANO I BIGLIETTI E POI FANNO RETROMARCIA
DI mirko mezzacasa








