CENCENIGHE
“Resta un cesso de scoasse: cicche, piat e bursolòt. Le marende le sparisse, sgrugna e scana le ganasse. Resta un cesso de scoasse: cicche, piat e bursolòt”.
belumat, gianni secco-giorgio fornasier
IL DOPO MERENDA CHE NESSUNO VORREBBE VEDERE: SACCHETTI, CARTACCE E RIFIUTI ABBANDONATI ATTORNO AL CESTINO. E POI CI RIEMPIAMO LA BOCCA CON IL RISPETTO DELLA MONTAGNA.
La fotografia parla da sola. Anzi, quasi canta. Vengono in mente i Belumat, quelli capaci di raccontare con poche parole, in dialetto, quello che a volte servirebbero pagine e pagine per spiegare. La compagnia arriva, mangia, beve, si gode il prato, la panchina, l’ombra degli alberi. Le merende spariscono, le ganasce lavorano, qualcuno sicuramente si sarà anche divertito. Poi tutti a casa. E sul prato rimane il conto da pagare. Sacchetti ammassati, plastica, avanzi e immondizia lasciata tutt’attorno a un cestino che evidentemente, quando è pieno, per qualcuno diventa una specie di calamita: invece di portarsi via il proprio sacchetto, lo si deposita lì accanto. Tanto qualcuno passerà. Valpe. L’addetto alle pulizie. Qualcun altro, insomma. È sempre qualcun altro che deve raccogliere quello che noi abbiamo lasciato. La versione 2026 della vecchia filosofia potrebbe quindi essere questa: la gente arriva, consuma, se ne va. Le scoasse, invece, prendono la residenza. E non serve essere ambientalisti militanti per capire che c’è qualcosa che non funziona. Basta un minimo di educazione: se il cestino è pieno, il sacchetto non acquisisce magicamente il diritto di soggiorno sul prato.
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