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BUONGIORNO AGORDINO
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Per chi arriva da sud, l’Agordino inizia poco sotto l’abitato di La Muda, al Ponte delle Balanche. Un ponte modesto, corto, ma molto importante. Qui, dove la 203 si snoda in leggera salita, si trova il confine fra la Valbelluna e l’Agordino, fra il comune di Sedico e quello di La Valle. Un ampio curvone a sinistra e poi La Muda, il primo abitato. Atmosfera da Far West, memorie di stalle e fieno, di cavalli stanchi e altri pronti a tirare qualche carrozza. E poi di quel treno elettrico che percorreva la Ferrovia Agordina e che faceva sosta qui, nei pressi del casello che ricorda quell’epoca ferroviaria iniziata un secolo fa e durata trent’anni. Case in pietra lungo strada, alcune più moderne, una chiesetta e perfino una ex scuola, necessaria durante i tempi andati, perché Agordo e La Valle si trovano a chilometri di distanza. È valle aspra e severa quella che si sviluppa ai piedi del Monte Celo. Costoni ripidi, a tratti brulli quelli che sovrastano questa frazione di frontiera. Montagne difficili, oggi percorse da rari e appassionati escursionisti e dalle anime dei cacciatori di camosci che un tempo percorrevano sentieri e cenge sospese sopra il Cordevole. Un territorio duro, ingentilito dal verde dei grandi prati di Agre aldilà del torrente. Luogo ricco di storie che si perdono nel tempo, di anime di viandanti che secoli fa muovevano a piedi lungo queste valli di montagna. Superato l’abitato la valle si restringe divenendo ancora più austera. Nel punto in cui la Strada Regionale lambisce l’appartata frazione del Torner, oggi si entra nella lunga galleria che bypassa l’affascinante e selvaggia gola dei Castei. Fino a trent’anni fa si attraversava il ponte che portava il traffico lungo la sponda opposta del torrente. Superata la Riva dei Castei ci si apprestava a varcare la soglia della vera porta dell’Agordino. Aldilà del ponte ci si inoltrava in una nuova terra e d’inverno l’eventuale pioggia qui si tramutava in neve. Da tre decenni ormai non si transita più in questo luogo simbolo, oggi sfigurato dalla grande frana scesa nel febbraio di tre anni fa. La galleria termina dove la valle si fa ancora più stretta e dove da novembre a marzo abita stabilmente il vero inverno. Case Giovannelli, Ponte del Cristo e Le Miniere. Luoghi duri, carichi di storia e di brina e di anime di minatori che per secoli hanno lavorato nelle viscere di questa terra Agordina. A questo punto il tracciato della 203 si fa più ripido e la valle si allarga e diventa più gentile. Lassù, in alto a sinistra, il campanile della chiesa di Rivamonte è sentinella che sorveglia questa terra di confine, all’orizzonte nord la sud della Marmolada si innalza fino a sfiorare cielo, sovrastando le Cime d’Auta. Ora l’Agordina sfoggia tre lunghe curve, e superata la più secca ecco aprirsi all’improvviso la conca di Agordo. Buongiorno Agordino, viene da dire quando ci si ritrova di fronte la valle ora ampia e serena. Agordo è lì, disteso placidamente sul piano, vegliato dall’Agner e dal Framont. Agordo, con il porfido della sua elegante piazza, con la sua chiesa bianca con i due campanili, i portici signorili Villa Crotta e le Cime di San Sebastiano ad est. Buongiorno Agordino, lo dicevo un tempo, ogni volta che la Ritmo vibrava transitando sul porfido della piazza. Lo dico ancora adesso quando, arrivato ad Agordo, inizio ad inoltrarmi fra le montagne più belle del mondo.
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