********
LE RADICI
AUDIO
Occhi stanchi, che osservavano il lento incedere del lungo inverno di montagna. Mani un tempo forti e ora preda dell’artrosi, che all’alba preparavano la legna sottile utile per accendere il fuoco nella cucina economica. Ricordi, che riaffioravano mentre lo stanco sole di gennaio scavalcava a fatica la cima della Palazza. Il loro mondo era tutto lì, in quella frazione a mezza costa. Un pugno di case e tabià, la strada provinciale, gli orti ogni anno sempre più ridotti, i ciliegi che fiorivano alla metà di aprile e pochi campi, coltivati a patate e fagioli. Era quello il luogo nel quale, tanti anni prima, avevano scelto di vivere. Mentre le tre stanze al piano terra si stavano lentamente riscaldando pensavano al loro passato, ai tanti inverni vissuti di fronte al Pelsa. Osservavano i prati induriti dal gelo e pensavano che in quella terra difficile dimoravano le loro radici. Forse era proprio per quella terra sempre in pendenza e difficile da lavorare, e poi per gli affetti e le montagne intorno, che erano rimasti a vivere nel loro paese natale. E scegliere di rimanere non era stato affatto facile, soprattutto nei primi anni del dopoguerra, quando lo spettro della miseria aleggiava sopra i paesi e vagava lungo le valli. Avevano pensato spesso di partire, di lasciare tutto e andare, soprattutto durante certi giorni in cui l’inverno era spietato e gelava l’anima e l’acqua delle fontane. Per andare dove non lo sapevano di preciso. Magari in pianura, dove non c’erano montagne a chiudere l’orizzonte, dove a novembre regnava la nebbia e l’inverno era più breve e gentile. In pianura, dove la terra era fertile e piatta e poteva essere lavorata con quei nuovi mezzi meccanici che anno dopo anno comparivano su quei campi sterminati. Chissà come sarebbe andata. Magari sarebbero stati mezzadri, e poi con il tempo forse avrebbero acquistato una di quelle trebbiatrici ricche di cinghie e pulegge che aveva visto dalla tradotta militare che lo stava trasportando a Bari. Oppure sarebbero andati ancora più lontano, magari in terra straniera, forse in Belgio, in miniera a picconare carbone oppure addirittura aldilà dell’oceano. Pensavano a chi era partito con una semplice valigia e lo stomaco che reclamava da mangiare. Si erano salutati quasi normalmente, con un Se vedon che in cuor loro suonava falso. A Genova c’era un bastimento con le ciminiere fumanti che li aspettava, e due mesi più tardi avrebbero messo piede su quella ignota terra d’Argentina. E chissà se un giorno si sarebbero rivisti, probabilmente no. Avevano trovato il coraggio di salire su quella nave, loro invece avevano avuto il coraggio di rimanere lassù dove occorreva preparare il fieno per la vacca e quintali di legna per riscaldarsi durante gli eterni inverni di montagna. Poi un giorno era arrivato anche per loro il tempo di scegliere, il tempo di tentare di raccimolare qualche soldo in più e un domani una pensione che dava sicurezza. Con quei soldi avrebbero ampliato la casa, comprato qualche pezzo di bosco e fatto studiare i figli. Scelsero una via di mezzo, per non tagliare quelle radici ben piantate nella loro difficile terra. Lui sarebbe andato in Svizzera, a lavorare in cantiere per otto lunghi mesi. Lei sarebbe rimasta al paese, a badare ai figli e alla casa, a governare gli animali e lavorare i campi. Si sarebbero rivisti al culmine dell’autunno, quando i larici si sarebbero colorati d’oro e sulle cime avrebbe brillato la prima neve.
*********






