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LUNA DI FINE GENNAIO
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All’inizio di quell’anno, gennaio aveva riportato nella valle un clima d’inverno d’altri tempi. Erano stati giorni di cielo limpido e notti stellate, era stato gelo duro, a tratti cattivo, che aveva ricordato inverni ormai lontani. Giorni con la colonnina di mercurio che era rimasta nella zona del sottozero anche a mezzogiorno, notti in cui era scesa fino a raggiungere le due cifre. Freddo vero e silenzi forti durante quel tempo gelido. Ruscelli ghiacciati, torrenti che scorrevano lentamente fra le pietre ricoperte di candida brina. Prati secchi, aridi, che imploravano neve e camini che fumavano a tutta forza dall’alba fino a sera inoltrata. Poi, al tempo dei Mercanti de la Nef, quel gennaio aveva confermato la sua indole di mese d’altri tempi. Da Sant’Antone il cielo era diventato grigio, il gelo si era ammorbidito e nell’aria c’era l’umidità leggera della neve. A metà mattina la terra seccata dal gelo si stava finalmente dissetando, preparandosi al riposo sotto la bianca coperta. Si era trascinato così gennaio, lentamente incontro al suo termine offrendo giorni freddi e un altro paio di nevicate leggere. Poi, arrivato alla sua ultima sera, aveva voluto salutare gli uomini e le montagne regalando loro una notte da ricordare. Al termine del tramonto si erano accese una infinità di stelle e una scintillante brina luccicava sull’asfalto della provinciale. C’era l’assoluto silenzio delle sere di vero inverno e a nord brillavano limpide le luci di Alleghe. Ad est, invece, un alone di luce bianca illuminava la lunga cresta del Pelsa. Lunghi attimi di attesa, e poi la Luna di gennaio si era presentata apparendo sulla verticale del bivacco Col Mandro. Non era Luna piena per poco, il calendario diceva che mancava solo un giorno per essere alla massima dimensione possibile. Poco dopo l’ora di cena la valle era illuminata quasi a giorno. La luce fredda di quella Luna imperfetta illuminava le montagne vestite di neve nuova. Nel perfetto silenzio di quella sera di profondo inverno si potevano ammirare i canaloni verticali del Pelsa carichi di neve e i singoli abeti con le fronde imbiancate che annunciavano altre nevicate. Si vedevano nitidamente le case di Ghisel laggiù in basso, adagiate sul fianco della grande montagna e poi Colaz, un pò più in alto, lambito dalla grande valanga che incombeva lassù al termine dell’alta parete rocciosa. Colaz, oggi circondato dal bosco, che riappare solamente a fine autunno cande che i fagher ià molà dù la foia. Colaz, con la sua Stella del Pelsa che ammiravo incantato durante quelle mie lontane e lunghe sere montane. Che miracolo riusciva a compiere una piccola lampadina. Dopo il tramonto si tramutava in stella che brillava in quel cielo verticale di prati boschi e rocce severe. Una piccola lampadina che è divenuta ricordo indelebile e struggente di serate e notti rimaste impresse nell’anima e nel cuore. Ormai gennaio era giunto alle sue ultime ore scandite dall’andare lento della Luna verso ovest. Il mese che aveva riportato un inverno severo nella valle si congedava, offrendo agli uomini e alle montagne una notte luminosa, pura e rara, fredda e silenziosa. A mezzanotte, quando la Luna era perfettamente al centro di quello spicchio di cielo racchiuso fra le cime, gennaio era già ricordo e da lì in poi, forse, sarebbe stato un po’ meno inverno.
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