********
PENSIERI DI FEBBRAIO
AUDIO
A volte, quando febbraio era gentile, nei prati di Belluno fiorivano le viole. In città, al tempo del carnevale, spesso accadeva di sentire i primi timidi refoli primaverili. Era quello il tempo in cui i cortili iniziavano ad animarsi. Dopo pranzo, il vociare dei bambini e il rimbalzare dei palloni sembrava annunciare una primavera che ora non appariva più così lontana. Biciclette uscivano da cantine e garage e ricominciavano a correre nel cortile dai sette tombini che segnavano il tracciato del mio circuito preferito. Avevano così inizio le prime corse nel piazzale nel quale l’ultima neve giaceva ammucchiata contro i muri e la ringhiera di ferro. Gli uccellini cantavano allegri mentre noi facevamo slalom fra i chiusini di ghisa, e nel frattempo, quell’anticipo di primavera faceva sciogliere quella neve ormai stanca bagnando l’asfalto del cortile. Un’ora, forse meno perché poi l’inverno affaticato calava nuovamente sulla città, sfiorando la manciata di auto parcheggiate nel grande piazzale. Occorreva attenzione per non picchiare contro la Fiat Regata color grigio Democrazia Cristiana, serviva perizia per non sbattere contro un raro esemplare di Alfa Arna di un colore così viola che sembrava portare sfortuna. Bambini anni ‘80 che sfioravano vetture anni ‘80. Alcune di queste auto richiamavano il grigiore sobrio di una media borghesia discreta, altre invece, rugginose e colorate, un proletariato giovane e ruspante. Volkswagen e Innocenti, biciclette Graziella e le prime e sognate BMX. E nel frattempo, il febbraio di città avanzava offrendo pomeriggi ogni giorno un po’ più lunghi e un lieve tepore nuovo che a tratti sapeva di marzo inoltrato. In quegli attimi di primavera in anticipo, si poteva perfino azzardare il momentaneo abbandono delle giacche a vento plastificate e dei guanti e berretti di lana che ci avevano accompagnato durante il lungo inverno. Erano settimane strane, con la tanta neve che ancora caricava i versanti della Schiara del Serva e del Nevegal. Lassù la neve che copriva le montagne addormentate nella fredda quiete della stagione dei silenzi, in città un fervore nuovo e un vociare di ragazzini che assaporavano il primo dolce sentore della nuova stagione che sarebbe arrivata di lì a poco. Carnevale, maschere di pirati e di Zorro, di fate e Pierrot, i temuti giudizi del primo quadrimestre e cieli di febbraio a volte in subbuglio. In certi anni, quell’illusione di fine inverno anticipato si rivelava un imbroglio. All’alba di un nuovo giorno, un cielo grigio ci avrebbe accolto insieme ad un freddo tagliente, rifacendoci cadere per qualche giorno nel profondo inverno di questa città di quasi montagna. Sarebbe stata l’ultima neve, pesante e destinata a durare poco, buona per una slittata appena. L’inverno, quello vero, l’avrei ritrovato la domenica su al paese, dove i nonni vedevano la neve sciogliersi di giorno e ghiacciare dopo il tramonto. Lassù i tetti erano ancora carichi e i prati dormivano sotto la bianca e fredda coperta. Febbraio e marzo erano i mesi dell’anno in cui si notava di più la differenza climatica fra città e montagna. Superato il ponte dei Castei ritrovavo le montagne vestite di neve lavorata da gelo e disgelo, e poi certi silenzi rotti dal timido gocciolare dai tetti esposti al sole del mezzogiorno. I vecchi sapevano vivere quel tempo d’inverno che ancora faceva fumare i camini fino a tarda sera, sapevano attendere con pazienza il risveglio dei larici e dei ciliegi. I vecchi sapevano insegnare a noi bambini l’attendere con pazienza la nuova primavera.
**********







