**********
QUANDO TERMINA UNA STAGIONE
AUDIO
Quando una stagione sta volgendo al termine provo sempre una dolce nostalgia per quel tempo andato. Ricordo attimi e cieli bellunesi, nuvole e stelle ammirate durante certe notti vissute sotto al Pelsa. Quando sta per finire l’inverno penso alle lunghe sere passate accanto al fuoco, al freddo severo della casa quando ritorno al paese il venerdì sera. In quel ricordare c’è dicembre, con le infinite e fredde serate illuminate dalle luci di Natale. C’è il sussurrare tranquillo del Bios, ci sono le sue pietre ornate di brina, c’è la campana grande che suona l’Ave Maria alle diciannove. Ricordo il silenzio forte dei boschi spogli durante il severo gennaio e poi il tempo della neve, rammento il primo dolce tepore dei giorni più gentili di febbraio. Dopo la metà di marzo l’inverno muore, lasciando in eredità memorie dei freddi silenzi delle montagne vestite di bianco. Tre mesi più tardi, al termine del mese delle rose tocca alla primavera svanire lasciando spazio alla nuova estate. Di quel tempo di rinascita di uomini e natura conservo il ricordo della neve sfinita di fine marzo, dell’ennesimo e commovente risveglio dei larici e del fiorire dei ciliegi. Memorie dell’acqua di disgelo che gonfia il Biois e il Cordevole, del fragore delle valanghe che alla fine di aprile precipitano lungo i ripidi canaloni del Pelsa. Ricordi degli altari delle chiese coperti dai drappi viola al tempo della Pasqua, del tacere severo delle campane durante il Venerdì Santo. Memorie dell’ultimo fumo dai camini e delle dolci sere del maggio bellunese, del verde carico dei boschi agordini e delle ultime macchie di neve sulle cime. Ai primi di giugno anche la primavera diviene ricordo, il suo è un andare silenzioso senza clamore. A quel tempo tocca all’estate entrare nella vita degli uomini e della terra. A fine agosto, quando termina la breve estate di montagna, il vissuto estivo diviene memoria di giorni roventi e notti bellunesi insonni. Zanzare e sudore, sole potente che alle sette del mattino già inonda di calore la Valbelluna. Poi ricordi di dolci serate durante le quali è piacevole passeggiare al margine della piccola città vivendo il lento andare verso la notte. Dell’estate montana, vissuta sotto al Pelsa all’incrocio delle strade e delle acque, rimane la memoria delle colonne d’auto il sabato mattina, del vociare dei turisti, del frinire dei grilli al tardo venire del buio. A settembre il tempo caotico dell’estate si acquieta. Ora lo scorrere perpetuo delle stagioni propone l’autunno che per me termina a Sant’Andrea. Della stagione dei colori, del mosto e delle mele, porto con me il silenzio delle valli ormai vuote di turisti, degli scuri delle seconde case chiusi ai primi di settembre. Memorie del primo fuoco al tempo della prima sfumata di neve sulle cime, dell’indorarsi dei larici alla metà di ottobre. Dell’autunno rammento il cielo colorato di un blu carico e il benefico tepore durante i giorni di bel tempo. Ricordo la voce cupa e profonda del Biois carico d’acqua marrone e i fiori nuovi a ornare le tombe ai primi di novembre. Rammento l’ingrigire dei boschi dopo la metà del mese triste e certe umide e pesanti nuvole che accarezzano i fianchi del Pelsa che, in quei giorni, si sta preparando all’inverno ormai imminente. A Sant’Andrea, il ruotare perpetuo delle stagioni ci presenta nuovamente la stagione del freddo e dei silenzi. La natura è ormai addormentata, gli uomini vivono il tempo del poco sole e delle lunghe notti e, dì lì a poco, un altro anno diverrà ricordo da ricordare.
*********







