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L’ULTIMA PARTITA
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Marzo è il mese in cui l’inverno inizia a lasciare la valle portando via con sé il freddo e l’hockey su ghiaccio. È in quel tempo di primavera alle porte che termina il campionato. Vincenti o perdenti non importa, quando il Civetta ritorna a specchiarsi sulle acque non più ghiacciate del lago finiscono le emozioni offerte da questo sport che, ai suoi inizi, era giocato proprio sullo specchio d’acqua gelato. La sera dell’ultima partita è sempre carica di emozioni e pure di un po’ di malinconia. Desideri viverla appieno, e allora, come era accaduto a fine settembre in occasione del primo incontro di campionato, ti ritrovi in riva al lago ben prima dell’ingaggio iniziale. A quel tempo di autunno appena iniziato non c’era la tensione classica delle partite di playoff, quelle da dentro o fuori. C’era il desiderio di sentire ancora una volta il profumo del ghiaccio, di ritrovare gli amici della tribuna, ascoltare lo sbattere dei dischi sulle balaustre e di vedere all’opera i nuovi giocatori. Ora invece è il tempo delle partite più importanti della stagione, quello delle barbe sempre più lunghe dei giocatori, dello stadio pieno e delle partite dure e senza appello. A marzo, l’hockey è adrenalina e tensione, sono cariche più dure e cori più potenti. Il tempo dei playoff è un tempo diverso, esaltante quando si vince e crudele quando si perde. Che poi in realtà non si perde mai, esserci sempre è già una grande vittoria. E le Civette Biancorosse ci sono da oltre novant’anni, mica pochi. Poi arriva il momento dell’ultima entrata di stagione nello stadio ancora deserto. Il freddo leggero che chiama un po’ inverno, le tribune ancora vuote, il muoversi nervoso dei dirigenti. Prendi posto sugli spalti e mentre vivi quella quiete che precede la musica a palla l’ingresso dei giocatori per il riscaldamento, ripensi alle tante sere vissute qui negli ultimi mesi. Quelle dolci di inizio autunno, con certe lune che illuminavano quasi a giorno la valle e il Civetta. Poi altre umide di novembre, con la pioggia che bagnava le strade e che più in alto, invece, era prima neve. Guardi il ghiaccio tirato a specchio e ricordi i goal più spettacolari, le partite più avvincenti, il battere forte del tamburo della tifoseria. Rammenti le partite di pieno inverno, quelle che iniziano ad essere davvero importanti. Ricordi il freddo di quelle sere in cui servono il piumino pesante e pure i guanti. E poi la macchina ghiacciata e le braci del fuoco morente appena rientrato a casa al termine dell’incontro. Nel frattempo i giocatori sono entrati sul ghiaccio e pattinano velocemente scagliando tiri tesi verso la porta. Gli sguardi sono concentrati, nervosi, la pattinata è decisa. Ora la gradinata inizia a popolarsi. In questa zona della tribuna ci conosciamo tutti, da tanti anni ci vediamo sempre, ci scambiamo opinioni, tifiamo, fra un tempo e l’altro parliamo di sport e non solo. Siamo sempre i soliti e in fondo siamo diventati amici, ed è sempre un piacere ritrovarsi a tifare questa squadra che rappresenta l’Agordino, la nostra terra. Poi la partita, dura, a tratti aspra, giocata al massimo da entrambe le squadre. La tensione palpabile sugli spalti e sul ghiaccio, il cronometro che corre implacabile all’indietro. Poco più di due ore dopo è tutto finito. Saluti gli amici della tribuna e ti incammini verso l’uscita. Mentre sfuma il brusio del pubblico pensi che un altro campionato è finito ed è terminato un altro inverno. Una passeggiata in riva al lago mentre il parcheggio si svuota. I cigni che scivolano dolcemente sull’acqua, le luci del De Toni che si spengono. Il grande silenzio delle notti di montagna che cala sul paese. Ciao hockey, arrivederci a fine settembre, quando il nuovo autunno avrà appena iniziato a colorare i boschi agordini.
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