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ATTIMI D’INVERNO
AUDIO
A cosa pensavano, mi chiedevo mentre osservavo i gesti lenti, ponderati e sempre uguali che scandivano le loro vite di montagna. Forse al lungo inverno dal quale stavano lentamente uscendo, oppure ad una visita da fare all’ospedale di Agordo. Oppure alla legna bruciata durante i primi due mesi freddi e a quella risparmiata durante quel febbraio che era stato tutto sommato gentile. Non sapevo a cosa stavano pensando mentre li vedevo accendere il fuoco con un fiammifero, oppure mentre prendevano l’acqua calda dalla vasca della cucina economica. C’era silenzio mentre si attendeva una probabile pioggia di marzo. Silenzio di uomini e bambini, scricchiolare di travi e borbottare della moka sopra i cerchi roventi della stufa. Chissà a cosa pensavano durante quei momenti di inverno stanco e primavera ancora da venire. Che cosa avevano in mente quando uscivano a prendere la legna oppure mentre spazzavano il pavimento di linoleum giallino. Forse vedevano scorrere la loro vita faticosa vissuta a mezza costa, forse pensavano a quella maledetta guerra che si era presa i loro anni migliori, quelli delle forze e dei sogni al massimo. Li vedevo compiere in silenzio quei gesti all’apparenza semplici, gesti che rappresentavano la loro vita anziana. Tagliare il pane per i canederli, pelare le patate, cucire uno strappo su dei pantaloni. Li vedevo intenti a vivere una vita semplice condotta in un luogo in cui la modernità entrava centellinata. Durante quei primi anni ‘80 il mondo correva all’impazzata mentre loro rallentavano. Certo, c’era stata un’epoca in cui pure loro erano stati al passo con i tempi. Era accaduto circa tre decenni prima, quando l’Italia stava risorgendo dalle macerie lasciate dalla guerra e da quando erano riusciti finalmente a far decollare le loro vite. Le fatiche, l’emigrazione in Svizzera, il saper risparmiare avevano permesso di avere il bagno in casa e poi la radio e, più tardi, la lavatrice e il grande congelatore. Un giorno arrivò anche la televisione, che all’inizio, quando andava in onda il Rischiatutto, guardavano al bar del paese. Forse pensavano proprio a quegli anni duri ma carichi di speranza. Del resto, in passato il fondo l’avevano già toccato al tempo triste della guerra e poi erano risaliti guadagnandosi a suon di sacrifici un dignitoso seppur parco vivere. Avevano costruito una casa e un tabià, messo al mondo dei figli, acquistato dei terreni e allevato vacche e maiali. Ora che la vecchiaia iniziava a farsi sentire, forse potevano riposare un po’, ma non troppo. C’era un’altra primavera da vivere, c’era il campo da preparare, e anche se gli animali non c’erano più c’era la legna da tagliare e accatastare per l’inverno successivo. Forse a questo pensavano mentre osservavano dalla finestra il cielo inquieto di marzo. Forse, mentre il cielo grigio prometteva una pioggia mista a neve di quasi primavera, pensavano a quella loro vita di montagna, faticosa e silenziosa. E nel frattempo guardavano me intento, come loro, ad osservare le nuvole, pensando che loro sarebbero stati gli ultimi a vivere quella vita vissuta seguendo il ritmo delle stagioni. Andati loro sarebbe cambiata pure la montagna. Poi, mentre la cucina economica iniziava davvero a scaldare, le prime parole e un sereno sorriso; dai, ven con mi che don de fora a ciole doi legne…
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