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LA PROVINCIALE DI SAN TOMASO
AUDIO
Cammino in discesa lungo la strada provinciale di San Tomaso. Il cielo mostra sprazzi colorati di un celeste stinto di marzo e nuvole inquiete che viaggiano veloci sfiorando le cime. C’è vento teso, a tratti freddo. Folate gelide che portano in valle il rigore dell’inverno che ancora avvolge la sommità del Pelsa. Fermo il mio camminare alla bacheca delle epigrafi. Leggo il nome di una donna mancata da poco, guardo il suo viso impresso nella fotografia. Una persona in meno a popolare questa montagna che resiste a fatica. Questo è luogo di incontri, non solo con chi è passato a miglior vita. Qui rammento la visione di una grossa vipera che, come noi, si godeva il caldo di una sera di luglio di oltre quarant’anni fa. Frinivano i grilli e dopo cena ero in passeggiata con quelle donne anziane che indossavano scamiciati a fiori. La vipera era lì, distesa sull’asfalto tiepido accanto a dove oggi c’è la bacheca dei defunti. Mamma aveva preso paura, io ero orgoglioso di averla vista per primo. Poi il rettile era sceso lungo la scarpata e noi eravamo arrivati fino alla curva dell’Incasero e poi avevamo fatto dietrofront. È stato ancora qui, nei pressi della bacheca, che tanti anni dopo ho incontrato per la prima volta il lupo. Era una notte calda di fine agosto, c’erano le stelle e i fari della mia auto che illuminavano l’asfalto della provinciale. Era salito in strada con un balzo e poi si era fermato al centro della carreggiata. Mi ero fermato di colpo, avevo spento fanali e motore. E poi ci eravamo guardati per lunghi istanti. Io stupito, lui per nulla intimorito. Avevo ammirato il suo sguardo profondo e indagatore, il suo corpo muscoloso e potente. Un paio di minuti, poi se n’era andato a vivere la sua notte agordina. Riprendo il cammino in discesa. Da un lato il baratro che scende fino al Cordevole, dall’altro il perfetto muro a secco costruito oltre un secolo fa. Pietre sfiorate dal vento freddo di metà marzo, assorte nella quiete di questo sabato di quasi primavera. Pietre quasi antiche, squadrate e posate con sapienza da uomini che sapevano maneggiare la roccia. Si narra che anche il bisnonno Menego abbia partecipato alla squadratura di queste pietre e alla costruzione di questi muri a secco. Era l’epoca del fare tutto a mano, dela ponta e mazot, dela pala e del pik. Erano i durissimi anni dell’immediato primo dopoguerra, era quel tempo in cui venne realizzato el stradon de San Tomas. Menego morì giovane a causa di un non precisato mal de panza, e le pietre posate anche da lui sono ancora qui, a pochi passi dalla sua casa anch’essa costruita in pietra, a raccontare un’epoca eroica. Pietre, che narrano storie di fatiche immani, pietre che da cent’anni reggono il peso di questa montagna che spinge; pietre che raccontano le difficili vite di quelli che c’erano prima. I ricordi scorrono come la strada che si snoda in discesa con dolci curve fino al tornante delle Martinazze. Due case e la fontana che, al mattino presto di un lunedì dell’Angelo di quarant’anni fa, teneva in fresca le birre e la Coca Cola. La Husqvarna urlava nelle mani di papà mentre faceva a pezzi il grande faggio. Dopo il pranzo al sacco era stata la Ritmo a trasformarsi in trattore, portando a casa quella legna preziosa che avrebbe riscaldato la casa dei nonni durante i gelidi giorni d’inverno. Poi il tornante di Fontanele e la strada che scorre dolcemente in direzione di Cencenighe. Alla curva delle crepe il vento si fa potente e quasi mi sposta. In basso, il paese attende una fredda e sottile pioggia di quasi primavera. Pochi passi ancora e poi aprirò la porta di casa. Ad attendermi, le braci di uno degli ultimi fuochi di questo lungo inverno.
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