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RICORDI
AUDIO
A volte, quando mi trovo nella frazione a mezza costa di fronte al Pelsa, provo una sottile nostalgia per quel tempo ormai lontano che ho vissuto per un attimo appena. Nostalgia del profumo forte di naftalina che usciva dall’armadio anni ‘60 lucidato con cura con il Pronto Mobili. E poi ancora nostalgia del viola dell’ortensia che fioriva a giugno e del rosso delle ciliegie appese al ramo che lambiva la finestra della stua. Qualche volta chiudo gli occhi per alcuni minuti e mi perdo nei ricordi che scorrono come l’acqua di disgelo del Rù da Ghisel. Mentre quell’acqua fredda di neve rumoreggia lungo l’ombroso canalone che come una profonda ruga solca i boschi del Pelsa, ritrovo le limpide albe di giugno che sapevano di estate appena sbocciata. Sento ancora l’odore forte del letame e il profumo dei fiori che coloravano i prati, ascolto ancora una volta quelle voci stanche che l’aria tiepida del pomeriggio sembra portare con sé. Rivedo il sorgere del sole sopra il Mont’Alt e quel primo caldo di giornata che asciugava i prati bagnati dall’umidità della notte. Ascolto lo scricchiolare delle travi sotto i passi asimmetrici del nonno che muoveva in casa ben prima dell’alba. Vivo ancora le lunghe sere d’inizio estate con l’imbrunire lento e il tranquillo canto d’acqua della fontana. Ascolto nuovamente il verso triste e stridulo della civetta che bucava il silenzio di quelle lontane notti di montagna. Ritrovo quel tempo bambino di allora, di quando, appena arrivato fra i monti, occorreva mutare lo stile di vita e abituarsi a certi profondi silenzi della valle. Non c’era frenesia in quel vivere scandito dall’andare e venire della corriera che viaggiava tranquilla lungo la provinciale. C’erano invece ore che sembravano eterne e che aiutavano a sviluppare la fantasia e affinare l’occhio nella ricerca dei dettagli. Imparavo l’orario del sorgere e del tramontare del sole, interpretavo il muovere delle nuvole che annunciavano l’arrivo di un temporale, seguivo il maturare dei susini e dei ribes che scandiva l’andare dell’estate. In questi lunghi attimi di pace e ricordi provo una sottile nostalgia per quei prati rasati dalle falci che sibilavano alla fine di giugno, e poi per quei visi segnati dalle fatiche compiute per sopravvivere in questa terra splendida e complicata. Un po’ mi manca quel tempo lento nel quale le notizie dal mondo arrivavano centellinate attraverso la TV in bianco e nero accesa un’ora al giorno. Un po’ mi manca quel tempo di poche parole e saggio tacere e quel lontano suono di campana che annunciava quella Messa serale che oggi non si celebra più. Ricordi di uomini e prati, di larici colorati del verde brillante della piena primavera, delle ultime lingue di neve appena sotto le cime. Memorie di voci anziane e di campi coltivati a patate e fagioli, di secchi zincati colmi di latte tiepido e di cataste di legna pronta per l’inverno successivo. Ricordi semplici di giorni lontani mai scordati. Nostalgie lievi per quel tempo amato e per quelle vite andate che mai più potranno ritornare.
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