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GIORNO DI MAGGIO (di tanti anni fa)
AUDIO
La pendola aveva appena battuto il rintocco delle 14.30. Il nonno si era addormentato sul divano della cucina, avevo ascoltato a lungo il suo respiro lento e regolare. Che poi chissà se dormiva per davvero, il suo era sempre un sonno leggero, un sonno di guerra, da trincea. Ogni volta bastava lo scricchiolio del pavimento perché aprisse un occhio. La nonna, dopo che aveva finito di lavare i piatti, si era seduta accanto alla finestra della cucina a leggere l’Amico del Popolo. Avevo ascoltato il frusciare lieve delle pagine e il suo pronunciare sottovoce le parole che stava leggendo. Fuori pioveva ancora, era dal giorno precedente che pioveva. Era maggio inoltrato, ma sembrava un novembre con gli alberi verdi. La sera prima, quando ero andato a dormire nella stanza dai muri rosa, era ancora giorno. Nuvole pesanti a chiudere l’orizzonte e sul letto una coperta in più. Avevo osservato a lungo lo spegnersi del giorno. Dalle finestre filtrava una luce sempre più stanca e poi era rimasta l’ombra severa del grande abete che guardava il Pelsa. C’era un gran silenzio in casa, i nonni dormivano di sotto ed io avevo un po’ di paura. Aldilà del vetro c’era la sagoma scura dell’abete che si muoveva spinto dal vento che a tratti soffiava impetuoso. C’era il canto cupo del Rù da Ghisel e a volte lo sbattere secco degli scuri che mi faceva trasalire. Mentre entravo e uscivo dal sonno sentivo il monotono picchiettare della pioggia e il rintocco lontano della pendola che scandiva ore che sembravano infinite. Prima dell’alba avevo sentito il muovere del nonno e poi una luce pigra aveva iniziato lentamente ad illuminare la stanza. Rassicurato da quel muovere e da quel chiarore lieve mi ero assopito per un paio d’ore e poi, quando ero sceso in cucina, avevo trovato il fuoco acceso. La nonna mi aveva preparato il caffelatte e poi si era seduta sul divano con uno scialle sulle spalle. Io invece, dopo la colazione ero salito sul fornel e da lì, in quel silenzio di maggio, guardavo lo scendere della pioggia che bagnava i vetri e i rami del ciliegio. Il nonno non c’era, era sceso a Cencenighe con la corriera per fare la spesa della settimana. Poche parole durante quella lunga e umida mattina. La nonna ogni tanto abbandonava il sofà per mettere la legna nella cucina economica. Io invece un po’ giocavo facendo correre una macchinina sulla coperta imbottita verde e un pò guardavo le foto del Postalmarket dell’inverno passato. Poco prima delle undici il rumore del motore della corriera aveva annunciato l’arrivo del nonno. Appena entrato in cucina si era tolto lo zaino dalle spalle. Aveva con sè un carico di pane e di umidità di quel maggio che sembrava novembre. Dopo essersi tolto la giacca bagnata si era seduto accanto alla cucina economica per asciugarsi. Nel frattempo la nonna aveva detto che quella pioggia serviva a bagnare la terra troppo arida e poi si era messa a cucinare. Il dopo pranzo era stato un tempo di nuovi silenzi e dopo quel rintocco dell’orologio ero sceso dal fornel. La nonna aveva capito e senza togliere lo sguardo dal giornale mi aveva detto a voce bassa Scuerdete che de fora le fret. Fuori della porta avevo trovato un paesaggio per me nuovo. Aveva smesso di piovere e il forte vento sembrava voler asciugare tutto in fretta. Grosse gocce si staccavano dallo sporto del tetto e poi battevano sulla tettoia della porta d’ingresso producendo un suono cupo. Squarci d’azzurro in cielo e nuvole che di corsa lasciavano la valle. Il Pelsa colorato di verde brillante dei faggi e dei larici e di bianco splendente della neve scesa fino a lambire le case di Colaz. Dopo pochi minuti ero rientrato in casa a vivere il tempo lento del pomeriggio mentre fuori, quel subbuglio di vento sembrava voler riportare la primavera. Mentre stavo salendo nuovamente sul fornel nonna aveva detto Doman sarà bel temp, dopomedodì te vegne con mi fin via a Zelat. Don a funeral. Poi avevamo atteso in silenzio l’arrivo di un dolce e lungo tramonto di maggio.
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