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AGORDO Fra coloro che scontano l’intera pena detentiva in carcere la recidiva è dell’80%, ma crolla al 20% fra i detenuti che, o del tutto o in parte, la scontano attraverso misure alternative. Fra i dati portati sabato pomeriggio nella sala della biblioteca civica di Agordo da Francesca Rabaiotti sulla situazione delle carceri italiane, questo è quello che colpisce e fa riflettere maggiormente. Invitata dal Presidio agordino di Libera in occasione della sua assemblea annuale, Rabaiotti è una giovane milanese che, dopo la tesi sulla giustizia riparativa, oggi lavora con le Cooperative “Opera in fiore” e “Officina dell’abitare” all’interno delle carceri di Opera e Bollate seguendo i detenuti in percorsi di reinserimento sociale caratterizzati da lavori di sartoria (progetto “Borseggi”), manutenzione del verde, ricondizionamento di oggetti elettronici. Per il presidio si è trattato del primo focus sui temi della realtà detentiva e della giustizia riparativa che nel corso dell’anno verranno ulteriormente approfonditi insieme agli altri tre presidi della provincia. Rabaiotti ha portato all’attenzione del numeroso pubblico i tre guasti del carcere che chiedono di essere riparati in primis per garantire lo status di persone a chi è detenuto: il guasto del tempo (la monotonia), il guasto della società (la disumanizzazione), il guasto della possibilità. “In carcere – ha detto – ogni giorno è sempre uguale, parli con le stesse persone e delle stesse cose. La cella, per legge, dovrebbe essere la camera di pernotto, ma ci si sta per 18-20 ore e le 4-6 ore d’aria sono caratterizzate da venti detenuti che camminano in cerchio in uno spazio che non ha il tetto. Ciò provoca perdita di senso, le giornate si svuotano e le conseguenze sono il suicidio (80 casi su 239 morti in carcere nel 2025) e gli atti di autolesionismo”.
Rabaiotti ha anche ricordato come dei restanti casi di morte molti siano legati alle condizioni del carcere e come chi entra con gravi disturbi psichici venga trattato come chi non li ha. Sono i primi elementi che mostrano il secondo guasto. “I posti nelle carceri italiane – ha spiegato sono circa 46 mila, ma i detenuti sono quasi 64 mila. C’è un tasso di sovraffollamento del 138% che in alcuni casi, come a San Vittore, arriva al 200%. Nella metà dei casi non sono garantiti i tre metri quadrati a persona per cella imposti dalla Corte europae dei diritti dell’uomo e oltre il 50% delle celle è privo di doccia e l’altra metà non ha acqua calda. A Opera, in questo periodo, la temepratura media è di 15 gradi anche di notte”. Per Francesca Rabaiotti il sovraffollamento è il frutto di una scelta politica che nasce dall’idea che, per prima cosa, il pericolo va neutralizzato e che, dunque, quando una persona è messa in carcere, la sicurezza generale aumenta. “Ma la Costituzione – ha poi sottolineato – dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. E invece in carcere, nella stragrande maggioranza dei casi, una persona è immobile come essere umano: non puà fare, non può sbagliare, non può fare qualcosa”. I dati lo confermano: solo il 30% dei detenuti è coinvolto in attività alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria (ma a turno e in lavori non certo profesionalizzanti), il 3,7% lavora per aziende esterne, il 30,4% è inserito in percorsi di formazione (che in gran parte sono corsi di alfabetizzazione per stranieri), il 10,4% svolge percorsi di formazione professionali che, una volta usciti, potranno dare loro delle possibilità di occupazione.
“Eppure – ha detto Rabaiotti – i dati ci dimostrano che laddove ci sono delle attività di reinserimento e i detenuti accedono in parte o del tutto alle misure alternative, i dati di recidiva crollano al 20%. Per accedere alle misure alternative, però, servirebbero educatori che oggi invece mancano (1047 su 64 mila detenuti). Una possibilità non deve essere negata a nessuno. Bisogna fidarsi, anche con il rischio che quella fiducia venga tradita”. Rabaiotti ha chiuso con una riflessione sulla giustizia riparativa, un modello per la risoluzione dei conflitti fra persone previsto dall’ordinamento. “Le persone – ha chiuso ricordando il caso dell’incontro fra ex brigatisti e famigliari delle vittime – si riconoscono come essere umani e il risultato finale è efficace per tutti”.
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