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di mirko mezzacasa
Mio cugino – che non è mai uno qualunque, ma uno che guarda, ascolta e poi collega i puntini – mi ha fatto notare una cosa: sta per arrivare la fiaccola olimpica in provincia. Emozione, applausi, foto di rito, comunicati entusiasti. Le Unioni Montane hanno fatto squadra, si sono organizzate, coordinate, preparate. Tutti pronti ad applaudire i tedofori del territorio. Che meraviglia.
Poi mio cugino si è fermato. Ha riletto il percorso. Ha riguardato la mappa. E lì gli è partito l’embolo. Perché, dice lui – e ha pure ragione – ma l’Agordino dov’è finito? Sparito. Evaporato. Come se non esistesse. Eppure sarebbe stato così semplice, quasi naturale: Belluno… Duran… Zoldo… Longarone… e su, verso la prestanome delle Olimpiadi di Milano. Lineare, geografico, persino poetico. Ma niente. Allora le domande vengono spontanee, sempre secondo mio cugino (che però pensa come tanti): è stata una dimenticanza? È una scelta voluta? Vi abbiamo anticipato, disturbando l’ordine delle cose? O, peggio ancora, siete un filo invidiosi perché noi, la fiaccolata, ce la facciamo da soli, con Radio Più, senza bisogno di timbri, protocolli e strette di mano? Perché il punto è questo: mentre qualcuno decide chi sì e chi no, qui ci si muove, si inventa, si corre, si cammina, si accende una fiamma anche quando non è prevista nel programma ufficiale. E magari non sarà olimpica, ma scalda lo stesso. Mio cugino dice che alla fine va bene così. Perché chi dimentica i territori spesso dimentica anche che l’Agordino non aspetta di essere invitato. Accende, parte e arriva. Con o senza fiaccola ufficiale.






