La CGIA ha accolto con favore le misure varate dal Governo nei giorni scorsi per contenere gli aumenti indiscriminati dei prezzi dei carburanti registrati nelle ultime settimane, ma avverte: per alcune categorie la situazione resta ancora molto critica. Pur tenendo conto della riduzione delle accise di 20 centesimi al litro e della possibilità, solo per alcuni mezzi pesanti, di un credito di imposta commisurato alla maggiore spesa sostenuta nei mesi di marzo, aprile e maggio rispetto a febbraio 2026, gli artigiani mestrini ricordano che, dall’inizio dell’anno, il prezzo del diesel è comunque aumentato del 20,9 per cento, pari a 34 centesimi in più al litro. Se il confronto viene effettuato sempre con il 31 dicembre scorso, oggi fare il pieno a un autocarro con massa inferiore alle 7,5 tonnellate costa circa 172 euro in più: un incremento che, su base annua, si traduce in un aggravio di circa 12.350 euro per ciascun mezzo.
In difficoltà anche taxisti, Ncc, bus turistici e agenti di commercio
A pagare il conto, purtroppo, non saranno solo i piccoli autotrasportatori, ma anche taxisti, bus operator e Ncc che, ricordiamo, fanno parte della cosiddetta categoria dei “professionisti della strada” che per legge devono avere un’abilitazione professionale per guidare i propri mezzi di lavoro. Una platea di soggetti che ogni anno macina centinaia di migliaia di chilometri, di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo. A questi operatori economici, l’Ufficio studi della CGIA ha aggiunto anche gli agenti di commercio; un’altra categoria di partite Iva che trascorre gran parte della propria giornata lavorativa al volante. Con lo scoppio della guerra in Medio Oriente sono queste le attività di lavoro autonomo che più delle altre devono fare i conti con il caro carburante: nonostante i tagli introdotti dall’Esecutivo nei giorni scorsi, dall’inizio del 2026 il prezzo alla pompa del diesel è salito del 20,9 per cento (vedi Tab. 1), quello della benzina del 3
per cento (vedi Tab. 2). È chiaro che le misure nazionali da sole non bastano: servono anche interventi a livello europeo, per permettere ai singoli Paesi di ridurre in modo stabile le tasse sui prodotti energetici, senza mettere a rischio i conti pubblici.
Non solo diesel e benzina, ma anche la ricarica elettrica ha subito un aumento boom
A differenza delle famiglie e di molte altre imprese, questi settori non possono limitare l’uso dell’automezzo. E in un contesto già appesantito dall’aumento dei costi – personale, assicurazioni, pedaggi, manutenzione – il carburante è tornato, da alcune settimane, a rappresentare un fattore di instabilità del bilancio aziendale. Per queste attività, infatti, il gasolio per autotrazione incide mediamente del 30 per cento sui costi operativi. Inoltre, gli aumenti dei prezzi non hanno riguardato solo i carburanti tradizionali, ma anche le ricariche elettriche. Le flotte impiegate per l’ultimo miglio, ad esempio, sono ormai quasi tutte green. Negli ultimi 20 giorni, il costo per ricaricare un mezzo full electric è passato da 70 a circa 100 euro, con un aumento del 43 per cento: un vero e proprio salasso. Va inoltre ricordato che, mentre trasportatori e aziende di bus turistici possono, almeno in linea teorica, confrontarsi con i committenti per ottenere un adeguamento dei contratti e compensare i maggiori costi, taxisti e Ncc hanno margini di manovra quasi nulli, poiché le tariffe applicate alla clientela sono regolamentate.
Il nodo del trasporto merci
L’Ufficio studi della CGIA ricorda che in Italia circa l’80 per cento delle merci viene trasportato su gomma, configurando un modello logistico fortemente dipendente dalla mobilità stradale. Materie prime, semilavorati e prodotti finiti percorrono quotidianamente la rete infrastrutturale nazionale, collegando poli industriali, hub logistici, porti, piattaforme distributive e punti
vendita fino alla consegna finale al consumatore. Tale configurazione rende il comparto dell’autotrasporto un elemento sistemico per la continuità operativa dell’economia reale. In questo contesto, il costo del gasolio rappresenta una delle principali variabili critiche: come dicevamo più sopra, esso incide mediamente per circa il 30 per cento sui costi operativi delle imprese di trasporto. Si tratta di una componente difficilmente comprimibile in assenza di interventi strutturali, poiché strettamente correlata sia alla dinamica dei prezzi energetici internazionali sia alla componente fiscale nazionale, che incide in misura significativa sul prezzo finale alla pompa. La volatilità dei prezzi, unita alla rigidità dei margini nel settore, espone le imprese a rischi di sostenibilità economica, soprattutto in presenza di contratti di trasporto a tariffa fissa.
I numeri a livello territoriale
A livello veneto il numero complessivo delle attività oggetto di questo approfondimento sono almeno 29.105, di cui 20.792 sono agenti di commercio, quasi 6.753 autotrasportatori, 1.368 taxisti e Ncc e 192 bus operator. Le regioni che ne contano più di noi sono la Lombardia con 49.607 unità e il Lazio con 29.357 (vedi Tab. 3). A livello provinciale, invece, in Veneto svetta Padova che registra 6.928 attività. Seguono Verona con 5.794, Treviso con 5.473, Vicenza con 4.622 e Venezia con 4.333. In coda alla graduatoria scorgiamo Rovigo con 1.250 e Belluno con 705 (vedi Tab. 4). E’ interessante notare anche l’incidenza del totale aziende di questi quattro
comparti messi assieme sul totale regionale. La distribuzione di queste attività full driver si concentra nelle regioni della dorsale adriatica. Al primo posto, infatti, scorgiamo l’Emilia Romagna con il 7,17 per cento. Seguono ad una incollatura le Marche con il 7,15 e il Veneto con il 7,03 (vedi Tab. 5). A livello provinciale, infine, nella nostra regione spicca Padova con l’8,29 per cento, Treviso con il 7,18, Verona con il 7,08, Venezia con il 6,51, Vicenza con il 6,47. Le meno interessate sono Rovigo con il 5,79 e Belluno con il 5,49 per cento (vedi Tab. 6).






