«UNA DOMANDA PUÒ ESSERE IL BUON MOTIVO PER VIVERE»
A Feltre un incontro per riconoscere la sofferenza, attivare la rete e sostenere chi resta

DI ALESSIA DALL’O
FELTRE – Una comunità in dialogo. Non soltanto per parlare di suicidio, ma per imparare a riconoscere la sofferenza, a intercettare i segnali e, soprattutto, a non lasciare soli quanti restano dopo un gesto suicidario. È stato questo il filo conduttore dell’incontro organizzato ieri sera nella sala convegni dell’ospedale di Feltre, in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Un appuntamento aperto alla cittadinanza, pensato come un vero laboratorio di confronto tra istituzioni, servizi, professionisti e territorio.
Riconoscere la sofferenza, parlare senza paura, intercettare i segnali e costruire una rete capace di sostenere sia chi chiede aiuto sia le persone che restano dopo un suicidio.
IL VALORE DELLA RETE
A dare il senso della serata è stato il direttore sanitario Achille Di Falco:
«L’incontro con il suicidio può avvenire ovunque, in una casa, in una chiesa, nella scuola, dal parrucchiere. È molto importante, inoltre, condividere tutte quelle che sono le buone pratiche a livello istituzionale».
Da qui la scelta di mettere allo stesso tavolo la dimensione sanitaria, amministrativa, sociale e politica, con la presenza anche del vescovo della diocesi di Belluno-Feltre.
«Una rete capace di cogliere le avvisaglie del suicidio e reindirizzare a chi è competente richiede anche il grande coraggio di parlare, non avendo paura di mettere noi per primi, come istituzioni, anche le nostre manchevolezze».
ROMPERE LA RISERVATEZZA
Un invito al dialogo raccolto anche dalla sindaca di Feltre e presidente della Conferenza dei sindaci, Viviana Fusaro.
«Il nostro è un territorio molto particolare, che ha una forma di riservatezza intrinseca che è da superare. Questo è un momento importante per la comunità. La nostra comunità sta dimostrando, dalla forte ed eterogenea presenza in questa sala, che è davvero in dialogo».
E ancora: «I rappresentanti delle istituzioni sono prima di tutto persone, prima di essere istituzioni e quindi sono sempre al dialogo aperto con le varie situazioni di disagio».
Dopo i saluti istituzionali, Maria Angela Spano, direttrice della Salute mentale di Feltre, ha introdotto i lavori, sottolineando come quello del suicidio sia ancora «un tema silenzioso che porta con sé anche stigma».
L’obiettivo dell’incontro è stato quindi quello di coinvolgere l’intera comunità, presentando le nuove linee di intervento del Centro di salute mentale feltrino e mettendo a confronto esperienze già attive in altri territori.
“SALVAGENTI BUCATI”
Particolarmente significativo il contributo dell’équipe Promozione salute mentale del Csm di Feltre, che ha presentato il podcast “Salvagenti bucati”, realizzato anche attraverso le voci di chi ha attraversato momenti di profonda sofferenza. A raccontarlo sono state l’educatrice Mara Colombo e Viola, giovane utente del servizio.
Tre storie nelle quali il buio non viene nascosto, ma attraversato per arrivare alla possibilità di chiedere aiuto.
«Volevo mettere fine al dolore. E oggi che ho capito cosa è successo, mi porto appresso il dolore di un momento che non mi dava pace».
«Non vedevo vie d’uscita».
«La collega mi ha aiutato a chiedere aiuto e mi ha salvato la vita».
Tra le testimonianze anche quella di una madre, che ha raccontato la propria esperienza nel periodo successivo al parto:
«L’ho atteso con felicità immensa. Ma poi è arrivato il parto. Una notte sono andata al pronto soccorso per dolori. Mi hanno chiesto come stavo io. È stata la domanda che mi ha fatto scegliere, ancora una volta, la vita».
Una domanda, dunque, può aprire uno spazio quando sembra non essercene più nessuno.
IL DOPO: IL DOLORE DEI SUPERSTITI
È proprio sul valore della comunità che si è concentrato anche Francesco Rocco, medico e presidente dell’Odv La Rete di Malachia di Treviso, intervenuto sul tema della postvention, cioè l’insieme degli interventi rivolti a chi rimane dopo un suicidio.
Perché le persone coinvolte non sono soltanto i familiari: una meta-analisi citata nel corso dell’incontro stima sei familiari coinvolti e circa 135 persone toccate dall’evento per ogni vittima.
Il cosiddetto “fallout” ricade sull’intera comunità: amici, compagni, colleghi, ma anche operatori del Suem, Vigili del Fuoco e Forze dell’Ordine che possono trovarsi a intervenire direttamente.
«L’intervento di postvention è un intervento di salute pubblica. Sono interventi strutturati in tutta Europa, da noi invece cominciamo a balbettare».
FRANCESCO ROCCO · LA RETE DI MALACHIA
L’ESPERIENZA DELLA RETE DI MALACHIA
La Rete di Malachia prova a colmare proprio questo vuoto, accogliendo le narrazioni dei superstiti e raccogliendo bisogni psichici, fisici, relazionali, spirituali e socio-economici.
Dal 2023 al 2026:
una settantina di chiamate ricevute;
31 chiamate arrivate direttamente dalle istituzioni;
circa un centinaio di interventi complessivi.
Un’attività che comprende anche la formazione e il lavoro con le comunità.
UNA DOMANDA PUÒ SALVARE
A richiamare la responsabilità collettiva è stato quindi Luigi Colusso, medico psicoterapeuta e promotore del Tavolo provinciale per la prevenzione dei gesti suicidari di Treviso.
«Questi sono tempi in cui si parla di suicidio medicalmente assistito, ma prima di questo suicidio c’è il suicidio socialmente assistito, cioè come comunità non stiamo facendo tutto quello che si potrebbe fare quando vediamo persone che nella loro vita sono in un momento di discesa».
Il punto, ha spiegato Colusso, è anche imparare a fare una domanda, senza paura di essere indiscreti.
«Se qualcuno gira la chiave di chi è in sofferenza, questo parla e una domanda può essere il buon motivo per vivere».
La postvention significa quindi «camminare con i superstiti», ma anche costruire prima una comunità capace di accorgersi di chi sta male.
«La provvidenza secondo me non cade dal cielo, ma siamo noi l’uno per l’altro».
LUIGI COLUSSO · MEDICO PSICOTERAPEUTA
I GRUPPI PER I SUPERSTITI
Su questo stesso terreno si è inserita la testimonianza di Caterina Bertelli e Tiziana Calligaris, psicologhe e facilitatrici dei gruppi per superstiti di Advar, che hanno raccontato l’esperienza dei percorsi di sostegno nel territorio trevigiano, dedicati a chi deve affrontare un lutto per suicidio.
L’APPELLO DELLA REGIONE
In chiusura, Gemma Capano, direttrice dell’UO Salute mentale della Regione Veneto, ha richiamato l’attenzione anche su uno strumento già esistente:
«In Regione, già dal 2012 esiste un numero verde per la prevenzione dei gesti suicidari».
GEMMA CAPANO · REGIONE VENETO
Uno strumento che, ha sottolineato, in provincia di Belluno è ancora meno conosciuto rispetto ad altri territori veneti. Da qui l’appello a diffonderne la conoscenza negli sportelli, tra i medici, nei servizi sociali, nei reparti di ginecologia e nelle scuole.
La Regione ha inoltre avviato un gruppo di lavoro multidisciplinare dedicato allo studio del postpartum, nell’ambito del Piano nazionale della salute mentale.
L’assessora regionale ai Servizi sociali Paola Roma ha infine sintetizzato il senso della serata nel valore dell’«esserci» come motore di trasformazione e nel riconoscimento che ogni vita è irripetibile.
«Quella che si costruisce oggi è una base solida con diverse opportunità di integrazione».
Una rete che dovrà ora trovare una propria forma anche nel territorio bellunese.






