TIPICO ESEMPIO DOVE DI VIVE DI TURISMO E NON SOLO DI OCCHIALI LUXOTTICA

di Mirko Mezzacasa
«E se, alla fine, fosse il cuore a prevalere sulla ragione?»
Prendo la bicicletta e decido di entrare nella Valle di San Lucano con un proposito quasi scientifico: osservare, senza pregiudizi, quello che succede. Una specie di documentario naturalistico. Solo che, invece di marmotte e camosci, incontro subito la deregulation applicata alla montagna. Appena superata la Besausega (salita che porta alla chiesetta di San Lucano), prima area picnic. Gente ovunque. C’è chi prepara il barbecue e chi scende da un van con lo spazzolino tra i denti e le mutande orgogliosamente esposte all’aria della valle. I servizi igienici non ci sono. E infatti il consiglio turistico del giorno potrebbe essere: ammirate il panorama, ma se vi inoltrate nei dintorni forse è meglio evitare le infradito. Continuo a pedalare. Poche centinaia di metri e la Valle di San Lucano sembra essersi trasformata in un campeggio diffuso: camper, furgoncini, tende qua e là. Il Comune ha installato le telecamere. Ottima cosa. Alla prima emergenza scopriremo anche se registrano qualcosa oltre al panorama. Ancora barbecue. Poi una signorina esce dalla tenda e si accovaccia. Penso ingenuamente: «Si starà sgranchendo le gambe». No. Aveva evidentemente necessità più urgenti, infatti la colonna sonora e’ affidata a Roberto Benigni e al suo Inno, non quello nazionale, ma quello del “corpo sciolto” Anche questa è libertà: qualcuno la chiama turismo all’aria aperta, molto aperta. Arrivo fino a Col di Pra e qui una piacevole sorpresa: un cartello annuncia un nuovo “Punto di Ristoro”. Tavoli all’aperto che ricordano le festa della Birra, gente che mangia, beve e si diverte. Una volta qui c’era una rinomata Locanda e poco sotto un grande ristorante con campeggio, frequentatissimo. Oggi c’è il Punto di Ristoro, che promette anche una mostra all’interno. I tempi cambiano. Almeno qualcuno prova ancora a offrire un servizio più per un certo turismo che per il valligiano. Riparto e supero il divieto. Ed ecco due giovani baldanzosi in motocicletta. Moto da cross? No. Trial? Nemmeno. Enduro? Macché. Una bella moto da strada, di quelle che mi riportano ai tempi in cui facevo il tifo per Giacomo Agostini. Mi fermo. Non ho alcuna autorità per contestare nulla. Posso soltanto produrre un eloquente: «Mah…» Uno dei due risponde: «Eh!» Dialogo istituzionale di altissimo livello. Insisto: «Ma non avete visto il divieto?» «Certo. Ma chi vuoi che venga a controllarci quassù?» Difficile discutere una filosofia così strutturata. Faccio presente che, normalmente, andando in moto si usa anche il casco. «Con questo caldo? No mettilo tu se vuoi fare la sauna”. Spiazzato. “E poi – continua il nostro self man – un selfie senza casco, su una strada bianca con divieto, con una moto da strada… non ha prezzo». In realtà un prezzo ce l’avrebbe. Quello scritto sul verbale, se per pura coincidenza passassero i Carabinieri Forestali. Semplicemente, oggi la fortuna ha scelto loro. Come ha scelto altri che, anche questa volta, sono riusciti ad arrivare fino a Pont senza permesso. La risposta è più o meno la stessa: «E chi vuoi che venga a controllare? In questo Comune non avete neanche più il vigile da quando Gilberto Fossen è andato in pensione». E qui l’ironia comincia a diventare meno divertente. Perché mentre si discute di parcheggi selvaggi e gratuiti, camperisti e campeggiatori improvvisati, divieti interpretati come semplici suggerimenti e bisogni fisiologici affidati alla vegetazione, resta una domanda molto seria: chi controlla il territorio? Quando un Comune dispone di poche risorse e deve affidarsi sempre più spesso anche alla disponibilità dei volontari per la ordinaria manutenzione, il problema non è più soltanto quello del turista maleducato. È un problema di possibilità concreta di governare il territorio. E allora, dopo una pedalata nella mia valle, la domanda arriva quasi da sola: un Comune che non riesce più a garantire servizi, manutenzione e controlli sufficienti ha ancora la forza per andare avanti da solo? In altre parole ha ancora senso? Se le fusioni tra Comuni significassero più personale, maggiori servizi e soprattutto qualcuno capace di far rispettare due cartelli con scritto “divieto”, forse sarebbe il caso di cominciare a parlarne seriamente, prima della prossima scadenza perché non è giusto dare al paese un sindaco che si ricandida… perché non ce ne sono altri. Questa storia non regge più visti i risultati sotto gli occhi dei miei paesani. Perché la Valle di San Lucano è meravigliosa. Ma trasformarla nel Villaggio Vacanze “Faccio Quello Che Voglio”, con campeggio libero, toilette panoramica nel bosco e pista motociclistica oltre il divieto, forse non è esattamente il modello turistico che avevamo in mente, e qui gli amministratori stanno fallendo sotto tutti i punti di vista, manco un euro dal turismo, manco un parcheggio regolamentato, manco un controllo sulle aree pic nic, altro che ospitalità diffusa: ospitalità a gratis per tutti nel paese della cuccagna. Ben vengano dunque le fusioni, se davvero servissero a cambiare le cose in meglio. Perché, dopo il giro di oggi, fare peggio richiederebbe davvero parecchio impegno.
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