{"id":152907,"date":"2020-08-03T14:30:16","date_gmt":"2020-08-03T12:30:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/?p=152907"},"modified":"2020-08-02T19:44:08","modified_gmt":"2020-08-02T17:44:08","slug":"i-racconti-di-paolo-soppelsa-trentaquattresima-puntata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/i-racconti-di-paolo-soppelsa-trentaquattresima-puntata\/","title":{"rendered":"I RACCONTI DI PAOLO SOPPELSA TRENTAQUATTRESIMA PUNTATA"},"content":{"rendered":"<p><strong>CENCENIGHE<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>AUDIO<\/strong><\/em><\/p>\n<audio class=\"wp-audio-shortcode\" id=\"audio-152907-1\" preload=\"none\" style=\"width: 100%;\" controls=\"controls\"><source type=\"audio\/mpeg\" src=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/PAOLO-SOPPELSA-CENCENIGHE.mp3?_=1\" \/><a href=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/PAOLO-SOPPELSA-CENCENIGHE.mp3\">https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/PAOLO-SOPPELSA-CENCENIGHE.mp3<\/a><\/audio>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a class=\"dt-pswp-item\" href=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/47f80f78-c1a2-4b93-a32a-cdb28885745b.jpg\" data-dt-img-description=\"\" data-large_image_width=\"734\" data-large_image_height=\"512\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-152908 alignleft\" src=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/47f80f78-c1a2-4b93-a32a-cdb28885745b-300x209.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"209\" srcset=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/47f80f78-c1a2-4b93-a32a-cdb28885745b-300x209.jpg 300w, https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/47f80f78-c1a2-4b93-a32a-cdb28885745b.jpg 734w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>In quelle lontane estati trascorse a Cencenighe a volte salivo a piedi fino a San Tomaso per passare qualche ora dai nonni. Poi, solitamente dopo le cinque, mi mettevo in cammino e scendevo lungo la provinciale. Poco pi\u00f9 di due km di camminata, un po\u2019 meno se prendevo lo \u201cscurton\u201d delle Martinazze. La strada era il regno dei silenzi. A volte non incontravo nemmeno un\u2019auto durante il mio percorso. Se l\u2019ora era quella giusta, potevo sentire ad oltre un km l\u2019arrivo della corriera. Ascoltavo le frenate ritmate di Mario ed il cambio delle marce dopo il tornante di Fontanelle. Superato il bivio per Balestier mi accoglieva il vento. Dapprima leggero, poi mano a mano che mi avvicinavo alla curva delle \u201ccrepe\u201d diventava sempre pi\u00f9 forte. Un vento caldo quello che saliva dalle Cioipe. I larici sotto la strada muovevano i cimali mentre le foglie dei faggi cantavano una allegra musica estiva. Quando arrivavo alla curva la cima di Pape e le cime dello Spiz de Medod\u00ec mi davano il benvenuto. Mi piaceva fermarmi a guardare la strada che sale a Martin. Mi incuriosivano i primi tornanti che si arrampicano lungo la costa. Il nastro d\u2019asfalto saliva come una sorta di elica perfetta, simile a quella del cavatappi che pap\u00e0 usava per aprire le bottiglie delle grandi occasioni. Poi la strada appariva e scompariva nel \u201cBosc dal Forn\u201d. Pochi passi ancora e potevo vedere la statua di Sant\u2019 Antonio Abate collocata sulla cima del campanile. Da quel punto della provinciale, curiosamente si vede spuntare a fianco del \u201cCol de Pase\u201d la cupola a cipolla con il Santo Patrono di Cencenighe. E l\u2019ingannevole prospettiva li pone alla stessa impossibile quota, regalando una visuale che ancora oggi mi incuriosisce. Era un modo di vivere dove sembravano essere necessari due tempi distinti; quello della contemplazione e quello della confusione. Un vivere in due mondi opposti e lontani appena 2.3 km. Se San Tomaso era luogo di silenzi e meditazioni, \u201cCence\u201d era l\u2019esatto contrario in quei lontani mesi d\u2019estate. Una mezz\u2019ora scarsa di passeggiata per vedere ribaltato il modo di vivere. Se a San Tomaso il silenzio era pressoch\u00e9 assoluto, a Cencenighe il silenzio non c\u2019era mai. Nemmeno la notte, quando erano il canto del Biois e l\u2019orologio del campanile a tenermi compagnia. E pure il rombo di qualche macchina che saliva o scendeva dalla valle del Biois. \u201cCence\u201d era viva, frizzante, quasi caotica d\u2019estate. Ma un caotico divertente, carico di vita. Bastava aprire la porta di casa per ritrovarsi in compagnia di bambini ed anziani che con le loro corse ed i loro racconti rendevano quei momenti indimenticabili. Una sorta di passaggio del testimone fra generazioni diverse che intersecavano le proprie vite di fronte alla chiesa. Un paese che portava ancora le ultime ferite di quella tremenda alluvione del 1966 che aveva profondamente segnato l\u2019esistenza della gente. \u201cPrima de l\u2019aluvion\u2026dopo l\u2019aluvion\u201d. Una sorta di punto zero, un confine che divideva la vita di prima e quella di dopo. Quel 4 novembre del \u201966 fu lo spartiacque di due epoche diverse per un paese che seppe rinascere dalle sue ceneri. Ricordo ancora l\u2019argilla ancora presente in un angolo della cantina. \u201cLe kela de l\u2019aluvion\u201d mi diceva mio padre. Ed io ci costru\u00ec\u00ec dei rudimentali portacenere con quell\u2019argilla, che poi cucinai nella \u201ccosina economica\u201d. Poi, una mattina d&#8217;estate del 1988, arriv\u00f2 sotto casa una pala gommata e con quattro colpi rase al suolo l\u2019ultimo rudere di casa testimone \u201cde l\u2019aluvion\u201d. Definitivo e simbolico atto di una rinascita frutto della tenacia della gente agordina. Al posto del rudere venne creato un parcheggio da dove partivano sgasando le moto che si dirigevano in valle del Biois. Soprattutto al mattino, nel parcheggio era tutto un vociare di villeggianti che si fermavano a fare la spesa. Bar e negozi sempre pieni. Un\u2019allegria contagiosa che andava sfumando verso la fine di agosto. Per lasciare spazio ad una serena tranquillit\u00e0. La quiete dell\u2019autunno scendeva sul paese con il vento che faceva muovere la bandiera italiana posta sul pennone vicino al Monumento ai Caduti. Intorno alla met\u00e0 di novembre chiudevamo casa e San Tomaso diventava il solo approdo di quell\u2019eterno vagare sulla 203 Agordina. La casa di \u201cCence\u201d ci avrebbe atteso con pazienza fino al termine della primavera successiva. Quando sarei ritornato ad ascoltare le mie campane ed il mio Biois.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>CENCENIGHE AUDIO &nbsp; In quelle lontane estati trascorse a Cencenighe a volte salivo a piedi fino a San Tomaso per passare qualche ora dai nonni. Poi, solitamente dopo le cinque, mi mettevo in cammino e scendevo lungo la provinciale. 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