{"id":241516,"date":"2021-11-08T14:00:56","date_gmt":"2021-11-08T13:00:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/?p=241516"},"modified":"2021-11-09T05:51:08","modified_gmt":"2021-11-09T04:51:08","slug":"i-racconti-di-paolo-soppelsa-centesima-puntata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/i-racconti-di-paolo-soppelsa-centesima-puntata\/","title":{"rendered":"I RACCONTI DI PAOLO SOPPELSA CENTESIMA PUNTATA"},"content":{"rendered":"<p><strong>LA PILA<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>AUDIO<\/strong><\/em><\/p>\n<audio class=\"wp-audio-shortcode\" id=\"audio-241516-1\" preload=\"none\" style=\"width: 100%;\" controls=\"controls\"><source type=\"audio\/mpeg\" src=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/PAOLO-SOPPELSA-LA-PILA.mp3?_=1\" \/><a href=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/PAOLO-SOPPELSA-LA-PILA.mp3\">https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/PAOLO-SOPPELSA-LA-PILA.mp3<\/a><\/audio>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/i-racconti-di-paolo-soppelsa-centesima-puntata\/5d7fb08f-ee15-4513-ab96-fd587c87e2be\/\" rel=\"attachment wp-att-241518\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-241518 alignleft\" src=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/5d7fb08f-ee15-4513-ab96-fd587c87e2be-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/5d7fb08f-ee15-4513-ab96-fd587c87e2be-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/5d7fb08f-ee15-4513-ab96-fd587c87e2be-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/5d7fb08f-ee15-4513-ab96-fd587c87e2be-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/5d7fb08f-ee15-4513-ab96-fd587c87e2be.jpg 1080w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>581744: era questo il numero di telefono che l&#8217;agile dito indice della mamma formava infilando la falange nell&#8217;apposito buco numerato della ruota del telefono grigio posto all&#8217;entrata del salotto. Sei semi-rotazioni della ruota, e poi l&#8217;attesa, di solito breve. Erano telefonate stringate, essenziali e senza fronzoli quelle che partivano dal telefono di Belluno e giungevano a quello posto nella &#8220;inte stua&#8221; della casa dei nonni a San Tomaso. Erano dialoghi che seguivano una scaletta precisa e ben collaudata: &#8220;me racomande le pastiglie, la glicemia, vard\u00e8 de no ciap\u00e0 fret&#8221;. Poi l&#8217;eventuale novit\u00e0 del giorno ed infine, soprattutto d&#8217;autunno e d&#8217;inverno, gli aggiornamenti meteo: &#8220;com&#8217;elo &#8216;l temp las\u00f9, alo fioc\u00e0?&#8221;. Al &#8220;alo fioc\u00e0&#8221; pronunciato con tono serio dalla mamma, alzavo le antenne e tentavo di immaginare la risposta che sarebbe stata formulata all&#8217;altro capo della linea. &#8220;Ah, trenta schei? &#8216;No pensei cos\u00ec tanta&#8221;. Poi un breve saluto la cornetta che ritornava a riposo e mamma che, con tono pensieroso, mi diceva che &#8220;las\u00f9 l&#8217;ha fioc\u00e0&#8221;. A San Tomaso era arrivata la prima neve, che a Belluno invece era pioggia e nebbia di met\u00e0 novembre. La magia bianca l&#8217;avrei vista la domenica successiva quando, dopo una mattinata di giochi in camera e successivo pranzo, saremmo andati &#8220;in s\u00f9&#8221;. Correva veloce la Ritmo lungo l&#8217;Agordina, e a bordo i &#8220;Cavalieri della 203&#8221; ammiravano l&#8217;autunno che in quei giorni iniziava a sfumare. A Taibon non vi era ancora traccia di quella prima neve, ed una quasi delusione si affacciava nella mia mente. Poi, superato il ponte di Listolade ed imboccata la strada alta, ecco le prime tracce a bordo strada. &#8220;Te vedar\u00e0 che da inte del paravalanghe ghe n\u00e9 de p\u00ec&#8221; diceva pap\u00e0 con aria sicura: ed infatti, a Morbiach la stagione di colpo cambiava. Era un trasferirsi improvvisamente nell&#8217;inverno, con il tetto del Kanguro coperto da una quindicina di centimetri di neve e cumuli a bordo strada che salivano fino a met\u00e0 dei marginatori di plastica. Nuvole grigie coprivano le Cime d&#8217;Auta, e quando il motore della Ritmo si spegneva di fronte al Pelsa, i centimetri erano diventati trenta. La strada bagnata che stasera &#8220;de segur el giaza&#8221;, l&#8217;attenzione nello scendere &#8220;d\u00f9 par i scalin&#8221; e poi il caldo buono di legna. I saluti ed i sorrisi, il caff\u00e8 offerto a pap\u00e0 e il suo dare del &#8220;voi&#8221; ai suoceri. Poi il suo assentarsi per il giusto pomeriggio di svago dopo una settimana di lavoro ed il mio uscire a giocare con la prima neve. Aldil\u00e0 della valle il Pelsa: con la lunga cresta imbiancata e i larici che mostravano l&#8217;ultimo arancione prima di addormentarsi nel lungo inverno. L&#8217;autunno, in quei momenti, pareva voler salutare: un commiato silenzioso e sereno, un passare le consegne alla stagione dei silenzi. Poi, quasi improvviso, l&#8217;arrivo della buio e l&#8217;accendersi della &#8220;Stella del Pelsa ad annunciare la sera. Era il tempo del rientrare in casa e mettermi ad asciugarmi sul fornel. E parlava la TV in bianco e nero, chiacchieravano i nonni e la mamna e crocchiavano i &#8220;bagigi&#8221;, con le &#8220;scuse&#8221; che finivano prima su un foglio dell&#8217;Amico del Popolo e poi nel fuoco della &#8220;cosina economica&#8221;. Caldo e parole in dialetto che insieme creavano una sorta di ninna-nanna tardo pomeridiana che favoriva un tranquillo quasi dormire. Poco dopo il battere dei sei della pendola, ecco la voce della mamma a rompere quel dormiveglia; &#8220;dai parecete che fra poc riva to pare&#8221;. Scendevo di malavoglia dal fornel dove mi stavo riposando e scongelando dopo aver passato un pomeriggio sulla neve. Infilavo le scarpe e mi appiccicavo al vetro della finestra della stua che dava verso sud. Toglievo la condensa dal vetro ed aspettavo di scorgere i fari della Ritmo. C\u2019erano tante stelle in cielo. E la neve ghiacciata le rifletteva con mille bagliori. Guardavo ipnotizzato i larici ed il tabi\u00e0 mentre le voci nella stua diventavano sempre pi\u00f9 lontane da quella visione da sogno aldil\u00e0 del vetro. Poi un rumore sommesso e la luce degli abbaglianti che illuminavano il tetto del tab\u00ec\u00e0. &#8220;Mama, l\u00e8 qua!!\u201d. \u201cMancomal, co ste strade\u201d. Tre minuti e la luce che vedevo \u201csu inte stradon\u201d non era pi\u00f9 quella dei fanali; era quella della pila. Il fascio di luce illuminava l\u2019insidiosa scalinata coperta di ghiaccio. Scendeva veloce la luce, pochi istanti e la porta si apriva. Occhiali appannati dallo sbalzo termico e giaccone gelido. \u201cSon qua\u201d Due parole e poi un \u201cdai vien con mi fin inte cantina\u201d. Indossavo la giacca a vento ed uscivo. Il freddo arrivava come una potente sberla. Per\u00f2 il panorama era superbo, con la Luna che illuminava le cime innevate ed il cielo ricolmo di stelle. Scendevamo i cinque scalini, giravamo l\u2019angolo ed aprivamo la porta azzurra della cantina. Ci accoglieva la fioca luce della lampadina da 15 watt ed il monotono ronzio del congelatore con la spia arancione ed il grande coperchio marrone. L&#8217;intero braccio affondava nella vasca gelata e la mano afferrava un pacco di bistecche. Al rinchiudersi del coperchio il congelatore suonava vuoto, ed era il suono che annunciava &#8220;becaria&#8221; imminente: due o tre settimane al massimo ed in casa sarebbe stato lavoro febbrile &#8220;par fa su le bestie&#8221;. Risaliti i cinque scalini ecco mamma e fratello che ci aspettavano gi\u00e0 sulla soglia con le &#8220;sportole&#8221; in mano. Gli ultimi saluti e pochi minuti pi\u00f9 tardi la Ritmo iniziava la sua discesa lungo la provinciale scintillante di ghiaccio. Poi, dopo la salita &#8220;del Kanguro&#8221;, l&#8217;inizio della danza degli abbaglianti che illuminavano i marginatori bianchi e rossi, con la spia blu che ritmicamente si accendeva e si spegneva nel cruscotto illuminato dalla triste luce verdolina. Trentacinque minuti ed ecco presentarsi le luci di Belluno; Viale Europa, le rotaie del passaggio a livello. Il rumore delle ruote del cancello, la Ritmo che varca la soglia del garage e poi si spegne. Mezz&#8217;ora pi\u00f9 tardi &#8220;en piat de menestron&#8221; e una bistecca. Poi sul divano tutti insieme a ridere guardando &#8220;Drive In&#8221;. La dolce stanchezza che mi faceva socchiudere gli occhi mentre Gianfranco D&#8217;Angelo tentava di far muovere l&#8217;impassibile Hass Fidanken. Il quadro di Teomondo Scrofalo e poi il dormire profondo sognando la neve. Il luned\u00ec mattina a scuola, il tema &#8220;una domenica dai nonni&#8221; mentre fuori dalle grandi vetrate delle scuole Gabelli, le ultime foglie dei tigli andavano a posarsi sull&#8217;asfalto umido del marciapiede. Sei giorni d&#8217;autunno cittadino prima di ritornare di fronte al Pelsa; dove ormai era inverno per davvero\u2026Magiche Dolomiti!!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>*****<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA PILA AUDIO &nbsp; 581744: era questo il numero di telefono che l&#8217;agile dito indice della mamma formava infilando la falange nell&#8217;apposito buco numerato della ruota del telefono grigio posto all&#8217;entrata del salotto. Sei semi-rotazioni della ruota, e poi l&#8217;attesa, di solito breve. 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