{"id":358895,"date":"2023-10-30T13:30:06","date_gmt":"2023-10-30T12:30:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/?p=358895"},"modified":"2023-10-30T05:27:15","modified_gmt":"2023-10-30T04:27:15","slug":"i-racconti-di-paolo-sopplesa-puntata-200","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/i-racconti-di-paolo-sopplesa-puntata-200\/","title":{"rendered":"I RACCONTI DI PAOLO SOPPELSA &#8211; PUNTATA 200"},"content":{"rendered":"<p><strong>DOPO LA TEMPESTA<\/strong><\/p>\n<p><strong>AUDIO<\/strong><\/p>\n<audio class=\"wp-audio-shortcode\" id=\"audio-358895-1\" preload=\"none\" style=\"width: 100%;\" controls=\"controls\"><source type=\"audio\/mpeg\" src=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/PAOLOS-1.mp3?_=1\" \/><a href=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/PAOLOS-1.mp3\">https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/PAOLOS-1.mp3<\/a><\/audio>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" src=\"https:\/\/www.radiopiu.net\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/45367024_224661101791285_1147973294259961856_n.jpg\" width=\"202\" height=\"151\" \/>Quando fuoco pioggia e vento si erano placati era gi\u00e0 novembre. La tempesta era passata con tutta la sua ferocia togliendo l&#8217;autunno dai rami e portando l&#8217;inverno nell&#8217;anima degli uomini e delle montagne. Dopo la met\u00e0 del mese triste sulle valli era calato un possente silenzio, l&#8217;acqua dei torrenti era ritornata a scorrere negli alvei sconvolti, il rombo potente dei gruppi elettrogeni era ormai svanito ed io, nel pomeriggio di una umida domenica, mi ero recato nuovamente nel bosco ferito. L&#8217;avevo gi\u00e0 visitato nei giorni appena successivi al disastro, i giorni degli elicotteri che volavano in direzione dell&#8217;Alto Agordino e dei pensieri che si accavallavano di fronte ai grovigli di alberi schiantati. Avevo vissuto il tempo delle colonne dei camion dei soccorsi in fila lungo l&#8217;Agordina e dell&#8217;acqua ancora tumultuosa e marrone del Cordevole, ora invece stavo vivendo il tempo della classica quiete dopo la tempesta. L&#8217;autunno era solamente nel cielo plumbeo di quella domenica, nel bosco e nel cuore invece era stagione dei silenzi. Piovigginava a tratti in quel grigio primo pomeriggio e dall&#8217;orlo del monte ammiravo un paesaggio stanco. Laggi\u00f9 in basso il lago del Ghirlo non c&#8217;era pi\u00f9, solo ghiaia e fango al posto delle acque dove fino a qualche settimana prima si specchiava il Pelsa. Nel bosco, invece, la tristezza era indotta dalla visione dei due grandi abeti distesi malinconicamente a terra. Erano i patriarchi del bosco, probabilmente i pi\u00f9 anziani; uno era quello &#8220;de confin&#8221;, cresciuto imponente su di un piccolo pendio, era uno dei simboli di questo bosco, riconoscibile, oltre che dalla sua mole, anche dal vistoso segno rosso del confine disegnato sul tronco. L&#8217;altro, situato ad una cinquantina di metri, svettava su di un piccolo colle dalla sommit\u00e0 del quale sorvegliava quel pianoro che un tempo era prato. I due grandi abeti erano i veterani del bosco, guardiani silenziosi del monte, depositari di tante storie. Chiss\u00e0 quante volte i nonni avevano riposato sotto alle loro fronde mentre falciavano il grande prato. Avevano resistito alle imponenti nevicate di tanti inverni passati e pure all&#8217;alluvione del &#8217;66 che aveva provocato danni anche in questi luoghi. Questa volta, invece, la tempesta li aveva stesi senza piet\u00e0 durante quella triste sera del 29 ottobre. Li osservavo e li immaginavo guardarsi increduli mentre quel terribile vento li piegava. Chiss\u00e0 se avevano capito a quale destino stavano andando incontro. L&#8217;abete del &#8220;confin&#8221;, imponente, con i rami della parte bassa grossi quanto un braccio, aveva lottato senza spezzarsi ed era caduto sollevando le radici. Il suo dirimpettaio invece si era brutalmente spezzato, lasciando una &#8220;zoca&#8221; sventrata che faceva intuire la violenza che aveva dovuto subire. Il cielo grigio di novembre e quella pioggia che scendeva sottile regalavano un&#8217;immagine funerea al monte. In quei momenti pensavo che forse non sarei nemmeno dovuto salire lass\u00f9, forse il bosco in quei giorni voleva starsene da solo a guarire le sue ferite. Mi sentivo quasi di troppo nel silenzio di pietra che avvolgeva la montagna, sentivo di aver ferito la sua anima spenta. Seduto su una &#8220;zoca&#8221; osservavo i rami spogli dei faggi e pensavo che la montagna, in fondo, non \u00e8 solo splendidi colori pace e tranquillit\u00e0. No, \u00e8 anche un ambiente che talvolta pu\u00f2 diventare severo e silenzioso. Nuvole cariche di altra pioggia risalivano i costoni coperti di larici ormai addormentati, mentre nel bosco gli alberi schiantati crepitavano emettendo schiocchi improvvisi e severi. &#8220;&#8230;grazie Paolo per essere venuto a farci visita, ma ora vai, lasciaci soli a guarire la nostra anima ferita\u2026&#8221;. Cos\u00ec parlarono gli alberi mentre il pomeriggio iniziava a tramutarsi in sera. Era tempo di andare, di lasciare quella quiete dolorosa del dopo tempesta; quando sarei tornato, forse, avrei trovato la neve e nuovi silenzi d&#8217;inizio inverno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>********<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DOPO LA TEMPESTA AUDIO &nbsp; Quando fuoco pioggia e vento si erano placati era gi\u00e0 novembre. La tempesta era passata con tutta la sua ferocia togliendo l&#8217;autunno dai rami e portando l&#8217;inverno nell&#8217;anima degli uomini e delle montagne. 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