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Un presidio carico di rabbia, dolore e richieste precise quello che si è svolto davanti al supermercato Mega, dove sindacati e cittadini si sono ritrovati per ricordare Dowh Mukhtar, il 34enne sudanese morto nel fine settimana mentre rientrava dal turno di notte. Un incidente in itinere che, per chi ha preso la parola, non è una fatalità ma il risultato di un sistema che espone i lavoratori più fragili a rischi quotidiani.
«Sono spesso lavoratori invisibili, molti dei quali migranti», ha spiegato Julia Minotto (Fisascat), «costretti a percorrere anche 10-15 chilometri in bici o monopattino su strade buie e dissestate». Una condizione che riguarda non solo stranieri ma anche lavoratori locali, come ha sottolineato Sonia Bridda (Uil), denunciando precarietà e mancanza di tutele.
Duro anche l’intervento di Alberto Chiesura (Filcams-Cgil): «Mukhtar è morto tornando dal lavoro. Non è un caso, ma il segno di un sistema che scarica i rischi su chi ha meno diritti». Al centro della protesta anche il tema dei contratti precari e degli appalti al ribasso, che – secondo i sindacati – alimentano instabilità e insicurezza.
«Ogni sei mesi cambiano azienda e condizioni peggiorano», ha aggiunto Giovanni Cescato, mentre Stefano Bona ha parlato di un modello economico basato su manodopera fragile. «La vita vale più di uno stipendio», ha ribadito Andrea Segat, chiedendo interventi concreti.
Tra le richieste: più sicurezza stradale, servizi di trasporto per chi lavora di notte e maggiore attenzione da parte delle istituzioni, assenti al presidio. L’iniziativa si è chiusa con l’impegno a sostenere la famiglia di Mukhtar e con un messaggio chiaro: senza cambiamenti strutturali, tragedie come questa rischiano di ripetersi.






