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di MIRKO MEZZACASA
Una riflessione nata fuori dallo studio, parlando con chi il turismo lo vive da anni: il mondo cerca “Dolomiti”, ma Belluno sembra continuare a presentarsi con un secondo nome.
Fa sempre bene uscire dallo studio, parlare con chi ascolta Radio Più da oltre quarant’anni, scambiare pareri, raccogliere opinioni. Ieri, ad esempio, l’incontro con Alessandro ha aperto una riflessione tutt’altro che banale. Alessandro di turismo ne sa parecchio: ci ha creduto, continua a crederci e conosce bene il valore della promozione. Perché la barca continui a veleggiare con il vento in poppa, sa quanto sia importante portare ovunque l’idea turistica di un territorio. Il discorso è partito dalla DMO e dagli investimenti destinati alla promozione: video, pubblicità, campagne, guide cartacee, strumenti digitali, consulenze, strategie. Cifre importanti, spesso da decine di migliaia di euro. Numeri che si possono leggere nei bilanci e negli atti ufficiali, insieme ai destinatari degli affidamenti. Si presume, naturalmente, nel rispetto di bandi, gare o procedure previste, al pari di tutti gli altri concorrenti del settore della comunicazione. Non sta certo a noi ipotizzare o dimostrare altro. Il punto, semmai, è un altro: con tutti questi investimenti, siamo davvero sicuri di stare promuovendo il territorio nel modo giusto?
È qui che Alessandro ha fatto notare quello che, secondo lui, è l’errore di fondo. Oggi si punta molto sul marchio “Dolomiti Bellunesi”. Ma in quarant’anni ne abbiamo visti tanti di marchi, sigle, associazioni, denominazioni nate, cresciute e poi scomparse. Una dopo l’altra. Ora c’è la DMO, ma la domanda resta: il turista ci cerca davvero così?
Alessandro ha posto una questione semplice: immaginiamo un turista americano che voglia venire tra le Dolomiti. Se non va in agenzia, come fanno molti viaggiatori fai da te, apre internet e scrive una parola sola: “Dolomiti”. Non “Dolomiti Bellunesi”. Non “Agordino”. Non “Cadore”. Non “Feltrino”. Scrive Dolomiti.
E qui casca l’asino. Perché il nome “Dolomiti Bellunesi”, per chi vive qui, è identità. Ma per chi arriva da lontano può diventare una delle tante denominazioni dentro un mosaico complicato: Dolomiti Bellunesi, Agordine, Ampezzane, Cadorine, Zoldane, Feltrine, Trentine, di Brenta, Altoatesine, Friulane. Un elenco che per noi racconta geografia, storia e appartenenza; per il turista internazionale, invece, può trasformarsi in confusione.
Eppure Belluno rivendica una quota enorme del patrimonio dolomitico. Proprio per questo la domanda è ancora più forte: perché non presentarci con il nome che il mondo già conosce? Perché non occupare con decisione lo spazio della parola “Dolomiti”, invece di arrivare con un secondo nome che rischia di sembrare una seconda scelta?
Non è una questione di orgoglio di campanile. È marketing puro. Se il turista cerca “Dolomiti”, Belluno deve farsi trovare lì, in prima fila, con la forza delle sue montagne, dei suoi passi, delle sue valli, dei suoi paesi. Il marchio territoriale può essere utile, certo, ma solo se non diventa una barriera tra il desiderio del turista e la destinazione reale.
Intanto gli investimenti non mancano. Tra i dati indicati come ufficiali della DMO figurano 18 mila euro per il supporto operativo alla stesura del piano di indirizzo triennale 2026-2028 e del piano di marketing strategico 2026; 34 mila euro per strumenti di business intelligence e dashboard per l’analisi dei dati extra-alberghieri; 205 mila euro per content strategy, brand, campagna video “Fuori dai luoghi comuni” e gestione di campagne Meta e Google Ads; 23.770 euro per un modello di gestione della destinazione funzionale alla promo-commercializzazione online tramite DMS regionale. E ancora: 40 mila euro per investimenti strategici di promozione sui mercati extraeuropei, con particolare riferimento agli Stati Uniti; 40.250 euro per tre programmi televisivi in collaborazione con Publiteam; 50 mila euro per mappatura dei prodotti turistici, matrici di correlazione e catalogo prodotto; 45 mila euro per la guida cartacea “Dolomiti Bellunesi verso le Olimpiadi 2026” in collaborazione con la rivista Dove.
Tutto può avere una logica dentro una strategia. Ma proprio perché si parla di promozione turistica e di risorse importanti, la domanda va posta con chiarezza: stiamo spendendo per essere davvero trovati, oppure per raccontarci con un nome che fuori dai nostri confini rischia di non essere immediato?
La promozione non è solo produrre video, comprare pubblicità o stampare guide. È prima di tutto intercettare una ricerca, un desiderio, una parola. E quella parola, per il mondo, è una: Dolomiti.
Belluno non deve rinunciare alla propria identità. Deve, semmai, smettere di nasconderla dietro formule che il turista non conosce. Perché se abbiamo davvero una parte decisiva del patrimonio dolomitico, allora dobbiamo avere anche il coraggio di presentarci per quello che siamo: Dolomiti. Non una variante. Non una sottocategoria. Non una seconda scelta.
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