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DI ALESSIA DALL’O’
FELTRE A trent’anni dalla morte di Giacomo Turra, attivista padovano con legami familiari nel bellunese ed in particolare su Feltre, la vicenda che lo riguarda entra in una fase nuova e significativa. Dopo decenni di ricostruzioni controverse, archiviazioni, occultazioni e versioni discordanti, in Colombia è stato formalizzato lo scorso 20 maggio un primo riconoscimento delle responsabilità dello Stato nel decesso del giovane ventiquattrenne. Il passaggio arriva a seguito della decisione della Commissione interamericana dei diritti umani, che nel 2024 ha rilevato gravi violazioni dei diritti fondamentali, mettendo in discussione la versione ufficiale che per anni aveva attribuito la morte a cause accidentali o autodeterminate da abuso di stupefacenti. Un pronunciamento che ha aperto la strada a un accordo istituzionale di riconciliazione e risarcimento, sottoscritto presso l’Agencia Nacional de Defensa Jurídica dello Stato colombiano. Si tratta di un atto senza precedenti nel caso specifico, che segna per la prima volta un riconoscimento formale delle responsabilità individuate in sede internazionale. Un passaggio che, pur non colmando il vuoto lasciato dalla perdita di un giovane ragazzo, riporta al centro il tema della giustizia per i cittadini all’estero e del diritto alla verità. La vicenda di Giacomo Turra è rimasta per anni oggetto di indagini indipendenti, testimonianze e ricostruzioni alternative rispetto alla prima versione ufficiale fornita dallo stato Colombiano. Un lavoro costante portato avanti anche dalla famiglia, che non ha mai smesso di chiedere e rivendicare chiarezza. «Quando ci chiedono chi fosse Giacomo, è difficile racchiuderlo in un’unica definizione», racconta il cugino Francesco Vespignani. «Era uno studente di filosofia, un ragazzo curioso, impegnato, appassionato di musica e antropologia. Era arrivato in Colombia per conoscere l’antropologia di quel popolo e poi ripartire, tant’è che era a Cartagena, una città turistica». Rievocando le ore precedenti alla morte, Vespignani riferisce le testimonianze raccolte nel tempo: «Era entrato in un locale in condizioni di forte agitazione. Poco dopo sarebbe intervenuta la polizia, chiamata dai gestori, e da lì la situazione è precipitata, fino al trasferimento su una camionetta avvenuto in modo violento con botte in faccia e calpestamenti». Secondo la ricostruzione familiare, il giovane sarebbe poi morto nelle ore successive in circostanze mai chiarite dalla prima versione ufficiale. Fondamentale, nel riconoscimento del corpo, fu una radiografia dentale, dopo che i familiari non erano riusciti inizialmente a identificarlo direttamente, da quanto il corpo risultava massacrato. La prima ipotesi diffusa parlò di overdose, una lettura che la famiglia ha sempre contestato con decisione. «Per noi è stato un percorso lunghissimo e doloroso», racconta la sorella Giuditta Turra. «Soprattutto nei primi anni, quando circolavano informazioni false che hanno contribuito a distorcere l’immagine di Giacomo». Oggi, aggiunge, il riconoscimento ottenuto rappresenta almeno una forma di verità istituzionale: «Possiamo finalmente parlare di lui senza dover continuamente difendere la sua memoria. La verità è un passaggio indispensabile, anche se non cancella il dolore». Un caso che nel tempo è diventato simbolo più ampio di battaglie per i diritti umani e per il riconoscimento delle responsabilità statali in contesti internazionali. Per la famiglia Turra, il recente accordo segna la fine di una lunga fase di isolamento e l’inizio di una nuova possibilità di elaborazione della memoria.
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